DISLESSIA: CARATTERISTICA O CATEGORIA?

8 Responses

  1. nicoletta scrive:

    Sono mamma, non ho potuto studiare perché i miei insegnanti dissero ai miei genitori che non ce l’avrei fatta. Questo 30 anni fa, i miei due figli sono entrambi dislessici, ma me ne sono accorta io non gli insegnanti, il primo che fortunatamente ha una dislessia per così dire leggera ha dovuto penare fino alla seconda media per avere la diagnosi, come possono i nostri ragazzi se non solo gli insegnanti non sanno di cosa stiamo parlando, ma nemmeno gli psicologi riescono realmente a capire che cosa sia e come diagnosticare la dislessia?

  2. Loredana scrive:

    E’ un terreno molto scivoloso quello delle “etichette”, se non si danno dei riconoscimenti e delle connotazioni si corre il rischio di sottovalutare-svalutare le difficoltà dei Dsa in un ambito scolastico molto standardizzato come quello italiano.
    Dall’altro canto l’aver dato l’etichetta, comporta tutta una serie ti conseguenze a mio avviso piuttosto negative; per esempio ho scoperto con grande dispiacere che nella
    documentazione di iscrizione all’università, alla voce “esonero tasse”, viene scritto:
    “Tipologia di handicap”
    -Totale
    75%
    50%
    Dsa
    Bene, allora diciamoci chiaramente che è preferibile non essere etichettati come Dsa versus handicappati ed essere considerati “alunni svogliati”.
    Devo dire che essendo stata una sostenitrice (vedi miei articoli) dei diritti dei Dsa, ora ho delle grosse perplessità in merito alla strada che si è intrapresa. Addirittura
    vi sono collocazioni del Dsa nelle malattie psichiatriche. Una aberrazione.

  3. Serena scrive:

    Buongiorno a tutti.
    Anch’io come Rossello ho letto l’articolo in questione con un pò di perplessità. Pubblico, quindi, anche in questo sito il mio commento:
    Ritengo importante la riflessione sul fatto che occorre un’attenzione particolare nell’uso che si fa delle etichette diagnostiche, ma tuttavia ritengo corretto quanto esposto da Paola.
    Visto che comunque l’autore apprezza i contributi di altri seppur diversi, propongo ai lettori due articoli sull’argomento che ho scritto nel mio Blog personale. Li trovate ai seguenti link:
    http://www.serenacosta.it/genitori-e-figli/dislessia-cose-chi-e-come-fa-la-diagnosi.html
    http://www.serenacosta.it/genitori-e-figli/dislessia-implicazioni-socio-emotive.html

  4. Paola scrive:

    Sono la mamma di un bambino di 6 anni, con grandi problemi a scuola. La maestra dopo un mese di scuola mi ha detto che non ascolta, si distrae, è superficiale, forse non vede bene, forse dorme poco e tra le tante che è disgrafico. Mi allarmo, e inizio a documentarmi. E’ vero non vuole fare i compiti, però legge altri libri, è vero non vuole scrivere nel quaderno i compiti, però nei suoi disegni scrive. E’ nato prematuro, ha camminato tardi, soffre d’asma e ha frequantato poco e in modo discontinuo l’asilo, ha i suoi tempi, e figlio di separati, separazione traumatica ma finalmente ora si respira aria serena. Fatte tutte le visite per escludere problemi di vista, udito e cuore( tendeva ad accasciarsi sul banco per mal di cuore!). E’ più facile imputare il tutto ad un problema specifico dell’apprendimento, più semplice etichettare il tutto sotto il nome di Dislessia, piuttosto che ricercare nel suo vissuto la possibile spiegazione di un certo comportamento. E poi scusate ma a livello didattico cosa cambia? Se ogni bambino, dislessico o no, viene considerato come il bambino che è, e non in base alla media dei bambini della sua età, avrà diritto ad avere un suo percorso didattico personalizzato? Non sarebbe meglio trovare il modo giusto per Andrea che si stanca in fretta, Luca che scrive ma non vuole leggere, Susanna che non sta mai ferma e salta sempre qualche parola? Ma è davvero giusto uniformare i bambini, con questa frenesia che ci è presa di dover saper leggere e scrivere bene entro la prima elementare? Ci stiamo facendo prendere dalla fretta e dalla frenesia, ma per correre dove? Io che ho scoperto a 40 anni di avere problemi di lateralizzazione, cosi si chiama ora, e adesso mi spiego molte difficoltà incontrate nel mio percorso di studio e di vita pratica. Mi chiamavano L’imbranata, oggi avrei avuto un altra etichetta. Eppure il mio modo l’ho trovato, mi sono diplomata con il massimo dei voti, anche se ancora oggi non distinguo la destra dalla sinistra…..
    Paola.

    • Rossella Grenci scrive:

      L’importante è comprendere, non etichettare, quello serve a quei docenti che vogliono nascondersi dietro una “carta”.

    • mary scrive:

      tutto vero ogni bambino, ogni individuo dovrebbe essere diverso da un altro ma la scuola non accetta tutto ciò, non lo accetta nemmeno con la diagnosi di DSA
      rifiutandosi di dare ai ragazzi che non apprendono in fretta modi e tempi diversi…la vita così li divora caricandoli di stress già da piccoli …e quando dopo 4.5 ore passate a studiare ti vedi arrivare un “non hai studiato”!! e allora li cosa fai? cosa spieghi a tuo figlio?

  1. marzo 8, 2013

    […] da un professionista, psicologo e psicoterapeuta. Non è la prima volta se ricordate (leggete qui), ma io non ci faccio ancora “il […]

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