Loredana Biffo su Politicamentecorretto.com scrive un bell’articolo sulla dislessia. Meno male che esistono giornalisti così informati! In particolare trovo stimolante quando parla dell’importanza della diagnosi. Cito:

<< Questo permette di distinguere un “prima” e un “dopo”, non al fine di “etichettare” il soggetto, ma di “riconoscerlo” nella sua peculiarità, questo sì, serve a non discriminarlo, perchè usare le stesse procedure che vengono usate per chi questa caratteristica non ha, significa metterlo in condizioni di non potersi formare.


Si può infatti sostenere che la diagnosi, delinei a tutti gli effetti una transizione nelle metodologie didattiche, là dove questo termine indica un movimento da una “definizione della situazione” a un’altra più idonea a sviluppare le potenzialità di un soggetto Dsa.
E’ da tener presente che se un bambino incontra problemi a scuola in modo sistematico, è probabile che prima o poi la sua sofferenza e la caduta dell’autostima, si trasformino in problemi psicologici gravi, che vanno dai disturbi psicosomatici: gastrite, psoriasi, alopecia, dermatiti, fino alle forme più gravi (non rare) come la depressione, i disturbi dell’alimentazione e del comportamento.
La dislessia-disgrafia diventano nella sua mente “la causa di tutti i suoi mali”, questi soggetti, anche in età adulta (sono state fatte ricerche su adulti dislessici che hanno dato testimonianza), tendono ad attribuire alla dislessia un significato più ampio rispetto a quello che realmente ha, è un po’ come se gli effetti della difficoltà che hanno si proiettassero in ogni ambito di vita, si ha una sorta di “effetto alone”.
Il mondo espresso dall’individuo passa così tutto attraverso le manifestazioni del disturbo, esplicandosi e sfociando in reazioni di natura psicosomatica, di aggressività o di abulia.
Non sono poi rari, i casi di bambini che si adeguano alla situazione scolastica, che cercano di nascondere la propria caratteristica attraverso un impegno scolastico assiduo per compiacere genitori e insegnanti, ma senza la compensazione della difficoltà attraverso opportuni strumenti e misure adeguate. Questo si riscontra spesso dove vi è una non accettazione della situazione da parte della famiglia.
Un adulto intervistato (Dipartimento di Sociologia Università di Torino) ha dichiarato che nel ricordare gli anni della scuola, era ben consapevole che: “sentivo che c’era qualcosa che non andava in me”. Questo è emblematico della difficoltà a definire con esattezza l’origine delle proprie difficoltà.
Si pensi ad un soggetto celiaco al quale non viene diagnosticata la celiachia a quali problemi di salute andrebbe incontro, pur essendo tale caratteristica genetica, del tutto superabile con accorgimenti mirati nell’alimentazione.
Con la diagnosi sulla dislessia, si è avuta finalmente l’occasione di gettare luce su un passato segnato dalla presenza di “ombre e fantasmi”, ciò che prima era incomprensibile anche ai soggetti stessi, dopo la diagnosi assume un nuovo significato, è il pezzo mancante del puzzle.
Le esperienze di queste persone sono contraddistinte da una mancanza di percezione rispetto al proprio oggetto di valore, sono “storie di prigionieri” del disturbo che condiziona la loro vita compromessa dalla dislessia-disgrafia. Che si tratti della scuola (dove hanno subito ripetute bocciature) o nel mondo del lavoro (talvolta vanno incontro al licenziamento), questi soggetti percepiscono la dislessia come un fattore “esterno” alla loro persona, infatti non dicono di essere dislessici, ma di “avere la dislessia”.
In loro, è forte la convinzione che se avessero avuto la diagnosi durante gli anni di scuola, avrebbero un presente migliore. Del resto si pensi al senso di frustrazione per un soggetto con un buon quoziente intellettivo, che non ha terminato gli studi a causa della dislessia, e ha quindi rinunciato all’acquisizione di competenze necessarie ad un lavoro più o meno qualificato. E’ del tutto evidente, da un punto di vista sociologico, che si creino in tal modo le precondizioni per l’emarginazione di queste persone.
Naturalmente vi sono anche storie di “resilienza”, cioè la capacità di un soggetto di porre “riparo” ai danni causati dall’ambiente o alle difficoltà della vita. In questo caso vista come la capacità di non farsi “piegare” dalla dislessia, di sconfiggere il nemico se pur con fatica e pagando un prezzo alto, con uno strascico di dolore dal punto di vista emotivo.
Emblematico il caso di GV di 48 anni che, nonostante sia giunto alla laurea, ha ancora ricorrenti incubi di episodi relativi alla scuole (non aver portato i compiti, dover studiare a memoria i passi della Divina Commedia, la difficoltà con la matematica). Ma quello che emerge dalle storie dei dislessici, è la presenza di specifici momenti di svolta, l’ingresso in ambiti nei quali hanno potuto sfruttare tutte quelle qualità a lungo sopraffatte.
La presa di coscienza del fatto che la dislessia è una qualità che offre speciali capacità d’ intuizione, sensibilità e acutezza, di cui i “normali” non possono beneficiare.
I disgrafici e i dislessici insomma, sembrano avere un carisma speciale, un dono che permette di usufruire di una marcia in più.
Quindi alla luce di quanto detto, è necessario considerare che, anche se ora abbiamo una legge che tutela i diritti degli studenti, è altresì vero, che il problema è attuare un cambiamento culturale dal decorso irto di ostacoli, tutt’altro che semplice e immediato.
In questo vediamo in primis la responsabilità dell’ Istituzione scolastica, che oscilla tra tra il pregiudizio rispetto al soggetto dislessico, troppo spesso visto come fannullone opportunista, o peggio poco intelligente, e tra il “buonismo egualitario” che tende a semplificare o negare il problema. A volte addirittura con una negazione o svalutazione della diagnosi (sic!).
Non meno presente e altrettanto pericoloso, è il “negazionismo” delle crociate anti-scientifiche, il cui valore si commenta da sé.
L’ambizione personale, che pongo in questa battaglia sociale contro la discriminazione, è che i bambini e gli adulti protagonisti di queste storie, vedano finalmente riconosciuto il loro diritto all’ istruzione e all’acquisizione di competenze>>.Se ti è piaciuto l’articolo puoi seguirmi anche sulla pagina Facebook di Le aquile sono nate per volare.

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