Una riflessione sui nostri adolescenti, scritta su Officina Genitori, che a me è servita a capire:

Nel corso degli ultimi decenni i bambini sono diventati sempre più soggetti attivi; il nuovo modello educativo li considera già persone in grado di costruire una relazione in cui non sono solo loro ad apprendere, ma anche gli stessi genitori.
Ogni bambino è “competente”, ha in potenza una rete di relazioni e capacità di amare che non aspetta altro che di venire sviluppata grazie al suo legame con la madre o la persona che lo accudisce. Questo legame è biunivoco, il bambino si riflette nella madre e viceversa e la relazione lo aiuta ad affermare il suo sé più profondo.

Il bambino, in definitiva, secondo questo nuovo modello, non è una lavagna su cui scrivere, né un essere con pulsioni da contenere e da normare, ma una persona con cui costruire una relazione. Rispetto alle generazioni passate c’è la consapevolezza che il figlio sia in grado di apprendere da solo quale sia il comportamento giusto da tenere, senza punizioni, né paura, né tanto meno sensi di colpa. Le regole, pertanto, sono pochissime, condivise e fortemente interiorizzate fin da piccoli.
Il bambino viene abituato molto precocemente alla responsabilità della relazione, ogni scelta etica avviene pertanto tramite un’autoregolazione che fa agire con consapevolezza. La sua autostima risulta aumentata, è un soggetto socialmente precoce, creativo e originale perché cresciuto su un modello educativo fondato sulla relazione e non sulle regole.

Tutto questo naturalmente è vero in generale e si riscontrano significativi cambiamenti rispetto ai ragazzi delle generazioni precedenti, come fa notare Gustavo Charmet (*). La ricchezza di questo modello è evidente, ma ci sono anche alcuni aspetti che vanno tenuti in considerazione. I nuovi ragazzi sono sì creativi, ricchi, liberi da schemi, ma sono comunque vulnerabili. L’assunzione precoce di responsabilità, per esempio, se da un lato fa agire senza paura e in libertà, dall’altro rischia di far smarrire la percezione dell’età reale del bambino, il quale crea su di sé fin da subito aspettative molto elevate che non sempre sarà in grado di mantenere.
Non ci sono punizioni di cui aver paura, ma c’è forte timore di deludere le altissime aspettative che loro stessi si sono creati, e soprattutto di deludere i genitori da cui faticano a staccarsi. Il senso di colpa è sparito, non c’è più super-io ma questo è stato sostituito da un senso di vergogna, o meglio di inadeguatezza nei riguardi di se stessi, dei genitori, e soprattutto dei pari.
L’eccesso di pressioni e di aspettative, più della mancanza di fiducia nelle loro potenzialità, sembra minarne l’autostima. Ciò che faticosamente abbiamo cacciato dalla porta rientra allora dalla finestra? Non mettono in ordine la stanza, non c’è più minaccia ma uno sguardo di disapprovazione che non è da meno. Il compito non era perfetto? Non si ha paura del brutto voto ma di deludere l’insegnante. Ragazze e ragazzi in apparenza sicuri di sé si bloccano al primo ostacolo.

Ma allora come venirne fuori? Sempre secondo Charmet, in questi anni si è sviluppata una buona cultura dell’infanzia, ma non dell’adolescenza. Occorre guardare e ascoltare i nostri ragazzi con lo stesso atteggiamento curioso e accogliente con cui li abbiamo accuditi da bambini.
Quando un ragazzino o una ragazzina sono ascoltati fin da piccoli, imparano a fidarsi dei loro pensieri e riescono così a valutare anche i loro limiti, anche perché in un ascolto attento non ci potrà mai essere un’aspettativa elevata. Ti voglio bene per quello che sei, so che vali e i fallimenti sono normali nella vita, anzi, ci aiutano a migliorare.
Non c’è altra maniera che confrontarsi per accordarsi sulle reciproche richieste. Il loro modo di pensare, il loro essere così unico e originale ha bisogno di fatica e attenzione, in aggiunta alla consapevolezza che la loro è comunque un’età delicata e non c’è modello che li possa salvare dalla fatica di crescere.

(*)Gustavo Pietropolli Charmet “I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte a una sfida” Raffaello Cortina Editore 2000

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6 commenti su “LA FATICA DI CRESCERE DEGLI ADOLESCENTI”

  • Bell’articolo, concordo. Anch’io mi sono accorta che non c’é una vera cultura dell’adolescenza, cioé all’improvviso ci sei dentro e ti devi arrangiare. Comunque l’atteggiamento dell’ascolto, dell’accettazione, del prendere sul serio anche se non si capisce, é sicuramente una buona linea da seguire. E poi, basta ricordarsi un po’ come ci sentivamo noi alla loro etá. Ammetto che gli anni fra i 13 e i 16 per me sono stati i peggiori se guardo indietro, non che avessi avuto particolari problemi e anzi ho avuto la fortuna di avere dei genitori molto attenti e presenti; …ma quella sensazione si smarrimento, incomprensione e soprattutto di “attesa” non mi é piaciuta per niente. Quando qualcuno oggi mi dice che bello sarebbe poter tornare indietro in quegli anni, dico assolutamente di no!!
    un caro saluto e grazie per i tuoi articoli sempre ricchi di spunti.

    • E’ vero, la sensazione di grossa incertezza e di attesa… anche io dico sicuramente “NO”! Un saluto anche a te!

  • Secondo me in questi anni non si è creata una buona cultura dell’infanzia. Considerare i bambini già persone in grado di costruire una relazione è senz’altro un passo avanti, ma porsi al loro stesso livello come genitori e quindi “passibili” di critiche, secondo me, fa più danni che altro. Ne viene minata l’autorità (e quindi la guida) con cui un genitore e in particolar modo il padre, deve necessariamente indirizzare il bambino. Utiizzo il termine “necessariamente” non a caso. E’ necessario che un bambino percepisca il senso di autorità e impari delle regole. Mi rendo conto che a molte persone questi riferimenti all’autorità e alle regole faranno accapponare la pelle, ma è ora che ci impariamo a distinguere le differenza tra autorità e autoritarismo, tra regole e imposizioni fine a se stesse. I problemi che emergono poi in adolescenza (l’età in cui altrettanto necessariamente un ragazzo deve mettere in discussione quelle regole e trovare la sua di strada) sono solo il frutto di quanto si è “semianto” in passato. Si può senz’altro costruire un dialogo con i bambini, ma dialogo vuol dire anche relazionarsi da genitori capaci di insegnare ai propri figli.
    http://www.paternitaoggi.it

  • purtroppo sono un prodotto di qulli sguardi. Ho diciotto anni e non ho ancora trovato il coraggio di dir davanti a mia madre neanche un disinteressato “uhm, carino questo ragazzo”. Ma poco importa. In realtà, ci sono conseguenze più gravi per me stessa. L’anoressia, l’ossessione per il fisico, l’asocialità, l’indcisione perenne anche sulla facoltà, lo studio ossessivo… Conseguenze che si ripercuotono negativamente anche sugli stessi genitori, che vorrebbero che io “cambiassi”.

    • Ciao Lavinia, sono sicura che i tuoi genitori vorrebbero che cambiassi per vederti star meglio. Credo però che abbitea bisogno di qualcuno che vi aiuti a comunicare…

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