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DISLESSIA: A VOLTE NON È LA DIAGNOSI A SPIEGARE TUTTO

“A volte non è la diagnosi di DSA a spiegare tutto: è la diagnosi di DSA che permette finalmente di iniziare a vedere ciò che prima non era stato visto.”

Vi spiego perché, per me, è così importante che un team di professionisti lavori in modo integrato, per arrivare alla migliore comprensione possibile delle caratteristiche di un bambino, di un ragazzo o di un adulto che si rivolge a noi.

La difficoltà di apprendimento rappresenta spesso il primo segnale che conduce un bambino o un adolescente a una valutazione specialistica.

La richiesta nasce generalmente dalla scuola, dalla famiglia o dallo stesso ragazzo: legge lentamente, commette numerosi errori, fatica nella scrittura, nella matematica o nello studio. Il percorso diagnostico prende così avvio dalla ricerca di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (DSA).

Ma cosa accade quando, durante la valutazione, il profilo osservato non si esaurisce nella difficoltà di apprendimento?

Alla luce delle conoscenze attuali sui disturbi del neurosviluppo o, ancora meglio, sotto l’aspetto della Neurodiversità: Dislessia, ADHD, disturbo dello spettro autistico e altre condizioni neuroevolutive non costituiscono infatti compartimenti rigidamente separati. Le loro manifestazioni possono sovrapporsi e possono coesistere nello stesso individuo.

In questa prospettiva, la diagnosi di DSA può assumere un significato che va oltre l’identificazione di una specifica difficoltà scolastica. Può diventare un primo punto di accesso alla comprensione dell’intero profilo neuroevolutivo della persona.

Questo non significa che un DSA “nasconda” necessariamente un ADHD o un disturbo dello spettro autistico, né che ogni bambino dislessico debba essere sottoposto automaticamente ad altre valutazioni e, quindi, ad altre diagnosi.

Significa, piuttosto, che la presenza di un DSA dovrebbe indurre il clinico a non interrompere l’osservazione al momento della diagnosi categoriale, ma a chiedersi se le caratteristiche osservate siano interamente spiegabili dalla difficoltà di apprendimento.

È proprio questa distinzione che può modificare radicalmente il percorso diagnostico.

Nel mio lavoro di logopedista clinica, mi capita sempre più spesso di incontrare situazioni che, purtroppo, non aiutano a comprendere pienamente chi ho di fronte e, di conseguenza, a individuare l’approccio più adeguato per quella persona.

Un bambino che non mantiene l’attenzione durante un compito di lettura può farlo perché la lettura rappresenta per lui un’attività altamente dispendiosa. Ma se la disattenzione compare anche durante attività per lui motivanti, nel gioco, nella conversazione, nelle attività quotidiane e in contesti differenti, diventa necessario interrogarsi su una possibile difficoltà attentiva più generale.

Allo stesso modo, una scarsa partecipazione sociale può essere interpretata come conseguenza della frustrazione scolastica e dell’insuccesso. Ma se emergono modalità peculiari e persistenti di comunicazione sociale, rigidità comportamentale, interessi particolarmente circoscritti o caratteristiche sensoriali significative, il DSA potrebbe rappresentare soltanto una parte del quadro.

La diagnosi, dunque, non dovrebbe essere considerata come un punto di arrivo, ma come un punto di osservazione.

La vera domanda non è soltanto: “Quale disturbo ha questo bambino?”, ma anche: “Qual è il suo profilo neuroevolutivo e quali caratteristiche contribuiscono al suo funzionamento quotidiano?”.

In questa prospettiva, partire dal DSA può significare aprire una finestra su una complessità che, senza quella prima valutazione, potrebbe rimanere invisibile.

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