
Studiare i processi legati alle differenze nel Neurosviluppo significa porsi in una prospettiva trans-diagnostica, capace di cogliere i processi comuni ma anche le discontinuità e le specificità di ogni persona. Le etichette diagnostiche sono importanti perché permettono di dare un nome alle difficoltà, comprenderle e accedere a interventi, strumenti e tutele adeguati. Ma l’etichetta non deve definire la persona: una diagnosi descrive una condizione, non esaurisce il profilo dell’individuo, che comprende anche risorse, capacità, interessi e modalità personali di apprendimento.
All’interno di questo approccio la domanda che mi pongo è: perché i Disturbi Specifici di Apprendimento si diagnosticano con più facilità e in maniera univoca, mentre ADHD e disturbo dello spettro autistico non sono ugualmente facili da “vedere” e da inquadrare?
La risposta potrebbe essere che nel caso dei DSA esistono prove standardizzate molto strutturate che permettono di confrontare la prestazione con norme precise. Queste prestazioni possono essere confrontate con punteggi normativi e percentili, rendendo più chiaro se una difficoltà è significativamente al di sotto di quanto atteso.
Per ADHD e autismo la situazione è diversa.
L’ADHD non si identifica attraverso una singola abilità cognitiva. Il nucleo diagnostico riguarda un insieme di comportamenti: disattenzione, impulsività e/o iperattività, che devono essere persistenti, presenti in più contesti e avere un impatto significativo sul funzionamento. Per questo la diagnosi richiede una valutazione clinica più articolata.
Ancora più complesso è lo spettro autistico. Non si tratta semplicemente di individuare una prestazione deficitaria, ma di comprendere la qualità del funzionamento sociale e comunicativo, insieme alla presenza di interessi particolari, comportamenti ripetitivi, rigidità, particolarità sensoriali e modalità specifiche di interazione
Il DSA è più facilmente “misurabile” perché il suo oggetto diagnostico è maggiormente ancorato a prestazioni specifiche e standardizzabili. ADHD e autismo richiedono invece una lettura del funzionamento complessivo della persona e del comportamento nei diversi contesti.
Anzi, proprio perché i disturbi possono coesistere, un bambino che arriva all’osservazione per una difficoltà di lettura può essere inizialmente inquadrato come DSA, mentre alcune caratteristiche di ADHD o autismo possono essere riconosciute solo successivamente.
Non dimentichiamo anche l’aspetto culturale e sociale.
Sui DSA, infatti, negli ultimi decenni si è sviluppata una forte campagna di sensibilizzazione, rivolta a scuola, famiglie e professionisti. Questo ha prodotto maggiore conoscenza dei segnali, maggiore attenzione alle difficoltà di lettura e scrittura e, soprattutto, una maggiore disponibilità a considerare il DSA come una condizione specifica e non come semplice “svogliatezza” o scarso impegno.
Per ADHD e autismo il percorso di consapevolezza è stato, per molto tempo, diverso. Ci sono stati e ci sono ancora stereotipi culturali che possono ostacolare il riconoscimento.
La maggiore facilità con cui vengono individuati i DSA non è soltanto una questione diagnostica. È anche una questione culturale: negli ultimi decenni è stata sviluppata una significativa opera di sensibilizzazione che ha fornito alla scuola, alle famiglie e ai professionisti strumenti e categorie per riconoscere queste difficoltà. Per ADHD e autismo, invece, il riconoscimento richiede spesso una maggiore attenzione al funzionamento complessivo della persona e la capacità di andare oltre stereotipi e manifestazioni più evidenti.
Le conclusioni portano a chiederci se una diagnosi non sia, quindi, soltanto il risultato di un test ma delle domande che una società ha imparato a porsi.
