Oggi vorrei parlarvi di un argomento che mi sta a cuore e penso stia a cuore a tutti quelli che si occupano di giovani e scuola. Sono delle riflessioni relative al modo di insegnare apparse sull’articolo Perchè gli studenti non ascoltano? di Maria Piscitelli, apparso su Education 2.0.

L’articolo della Piscitelli è una risposta ad un altro articolo apparso su Repubblica dal titolo “La fine dell’umanesimo”, scritto dal noto scrittore Marco Lodoli.

Senza addentrarmi nei dettagli vorrei sottolineare la necessità che il modo di fare scuola diventi quello di cui si fa portavoce al Piscitelli.

…Sul piano didattico si continua a prediligere la spiegazione, la logica dimostrativa e il ragionamento ipotetico-deduttivo che, richiedendo complessi processi mentali, raramente supportati da approcci motivanti, generano difficoltà e disamore allo studio. In effetti non sono molti i docenti disponibili a cambiare, cioè a praticare in classe la discussione, esercitando l’alunno alla dialettica e alla negoziazione dei significati; a usare linguaggi e testi multimediali familiari ai giovani e sovente facilitatori di apprendimento; ad attualizzare le tematiche trattate, con frequenti raffronti tra presente e passato…

…Non si può più pensare alla scuola come ad un rapporto di causa ed effetto: “il docente spiega, l’alunno capisce. Se non capisce rispiega allo stesso modo”.

…Purtroppo questo meccanismo funziona con individui culturalmente attrezzati, ma non con chi va a scuola per imparare. L’apprendimento non è così lineare, è fatto di sbalzi in avanti e indietro e le vie per apprendere sono plurime. Ognuno ricerca la propria e la trova più agevolmente se il docente pratica una didattica contestualizzata, attenta alla metacognizione, all’operatività, alla cooperazione, orientando ogni alunno a riattraversare quanto fatto in territori conoscitivi diversi, sì che possa intravedere, in ogni ripresa e rivisitazione, qualcosa prima non visto. I giovani di oggi, abituati al “fare” digitale, interattivo e partecipativo, avvertono anche per la cultura, il bisogno di fare, di praticarla, di viverla con il cuore e con la mente, di sperimentarla cogliendone il portato teorico e valoriale.
Se si incoraggiano gli studenti a ipotizzare soluzioni, a rilevare problemi, a prevedere risposte, (che l’insegnante negozierà in vista della risposta giusta), ecco che la disposizione ad apprendere aumenta come la stessa autostima che condurrà, almeno in parte, a rivedere il proprio atteggiamento. 

…Far immagazzinare conoscenze, non finalizzate a un sapere formativo capace di incidere sull’ “essere”, risulta improduttivo, poiché si rischia di renderle inerti, di trasformarle in informazioni enciclopediche che difficilmente interagiscono/agiscono sull’uomo.

Insomma: non è vero che i nostri giovani non siano più interessati al passato, alla cultura umanistica. Questo però è un rischio legato alle modalità educative che, se rigide e impersonali, come le “vecchie” lezioni frontali, rischiano davvero di condannare a morte la cultura, a scapito dei giovani.

Vi invito vivamente a leggere l’articolo per intero qui. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate!Se ti è piaciuto l’articolo puoi seguirmi anche sulla pagina Facebook di Le aquile sono nate per volare.

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