Dr. Maria Teresa Menegus
Foniatra

Generalmente tra i 12 e i 15 mesi il bambino usa le prime parole, dotate di significato, sia per denominare (parti del corpo, persone, segnali di saluto, etc.) sia per richiedere. A questa età la muscolatura della bocca è adeguatamente allenata e la comprensione è ben sviluppata (indica gli oggetti che gli vengono richiesti, esegue ordini semplici, …). Molto spesso le parole hanno un valore di vera e propria frase o possono assumere più significati se usati in contesti diversi e se vengono prodotte con differente intonazione della voce.
Sebbene il bambino usi una sola parola, tuttavia possiede già la frase organizzata a livello di pensiero. In questo periodo il linguaggio verbale e quello gestuale vengono utilizzati contemporaneamente ed il gesto può sostituire o rinforzare una parola od un verbo. Quando il bambino indica il frutto e contemporaneamente dice “mela”, in realtà denomina sia con la voce che con il gesto. Così come quando dice “da” e porge le mani, in realtà chiede sia con la voce che con il gesto. Al contrario, quando parola e gesto vengono utilizzati contemporaneamente ma ciascuno con diverso significato, il bambino sta formulando una frase a due termini.


Le successive tappe comprendono il passaggio da gesti semplici a schemi di combinazione di gesti che permettono al bambino di descrivere un avvenimento anche senza l’uso delle parole. Molto presto i bambini imparare ad usare alcune “parole-azione” come “dai, mostra, metti, dì, prendi, ….” e comprendono anche le principali parole che impediscono un’azione : “no, fermo”.
Le prime combinazioni spontanee di due parole compaiono generalmente dai due anni e sono del tipo : nome + nome (“papà brum” o “papà via” per “papà è andato via con la macchina”); nome + verbo (“papà dai”, “mamma vieni” etc.); nome + modificatore (“mamma bella” , “palla gialla”, etc.).
A questo punto il gesto comincia ad essere utilizzato sempre meno, aumenta il numero di parole che il bambino impara spontaneamente (fuori dall’ambito familiare, dalla televisione, etc.) anche se talvolta pronuncia solo la parte iniziale e finale e aumenta la comprensione di parole, frasi e discorsi.
Come qualsiasi altra abilità, anche la comunicazione va educata ed il migliore sviluppo possibile si ha quando il bambino sente di aver una giusta collocazione in mezzo agli altri. Attraverso un coinvolgimento diretto acquisisce competenze comunicative e linguistiche partendo da esperienze significative; tali esperienze sono inizialmente collegate ai suoi bisogni primari e poi ad avvenimenti nei quali può impegnarsi ed interagire con altre figure importanti : familiari, amici, coetanei, educatori.
A differenza di quanto si pensava nei decenni scorsi, è ormai certo che il bambino impara prima le parole e poi, solo successivamente, utilizza i suoni delle prime parole per formarne delle nuove (competenza fonologica).
Questo spiega perché, talvolta, alcune consonanti sono prodotte correttamente in una parola e non in altre, ed anche perché, per intervenire sulla “pronuncia” di un bambino è necessario che egli abbia un vocabolario sufficientemente esteso.
Dopo i tre anni il bambino struttura il suo sistema fonologico e, con grande creatività, produce progressivamente suoni nuovi e sequenze sempre diverse fino a raggiungere la produzione adulta corretta.
Non tutti i suoni raggiungono la maturità articolatoria con la stessa rapidità: le vocali, che nella lingua italiana sono piuttosto semplici, sono acquisite velocemente, al contrario, i dittonghi con più difficoltà.
Fra le consonanti, sicuramente quelle bilabiali (/p/ /b/ /m/) sono le prime a comparire tuttavia le difficoltà ad articolare una consonante non dipendono solo dal suono in se stesso ma anche dalla posizione in cui si trova all’interno della parola e dai suoni che lo precedono e lo seguono; il bambino potrà ad esempio dire / atte / per / latte /, omettendo quindi la consonante / l / all’inizio di parola, ma articolarla correttamente all’interno della parola / palla /. Questa fase dello sviluppo è assolutamente imprevedibile ed individuale, ciò implica una grande variabilità tra i bambini.
Durante l’apprendimento del linguaggio è molto importante valutare non solo la quantità di parole che il bambino dice ma, soprattutto, come vengono usate. Infatti. all’inizio della verbalizzazione le parole sono utilizzate unitariamente all’azione compiuta, ad esempio il bambino dice /pappa/ mentre mangia o mentre gioca con il cucchiaio. In seguito, la parola anticipa o ricorda un’azione: esempio /palla papà/ può indicare una richiesta / papà andiamo a giocare a palla/ o può definire un avvenimento: /sono andato a giocare a palla con il papà/.
Successivamente, il bambino si serve delle parole anche fuori dal loro contesto abituale, ad esempio quando il bambino dice /papà/, indicando le scarpe del genitore che in quel momento non c’è, può specificare che quelle sono le scarpe del papà.
La parola è inizialmente usata perché la situazione la richiede e, come l’azione, essa è parte di un contesto.
Anche sul piano della comprensione avvengono dei progressi simili.
All’inizio essa è legata ad una situazione precisa : dire al bambino /fai ciao/ mentre ci si avvicina alla porta per uscire, lo induce a salutare con la mano; quando è più grande, sa usare il saluto anche quando lui continua a giocare e qualcun altro va via ed è, inoltre, capace di comprendere ordini sempre più complessi e meno prevedibili.
I progressi che avvengono a livello della comprensione coincidono con quelli che si hanno sul piano cognitivo e con l’acquisizione di concetti spaziali e temporali : sopra – sotto, dentro – fuori, prima – dopo.
Come molti studiosi del linguaggio hanno ben sottolineato, durante il periodo dello sviluppo, il linguaggio è “contemporaneamente oggetto di apprendimento e strumento di pensiero”.
Infatti, la condizione ottimale per l’espansione del vocabolario e della frase si verifica “ogni volta che si insegna al bambino a fare e contemporaneamente a dire”.
Così, “quando si spiega o si racconta ciò che ancora non sa, il linguaggio è un mezzo per rassicurarlo, per farlo sentire partecipe ma che, nello stesso tempo, lo spinge a capire e ad immaginare cose nuove. Viceversa, quando si descrive qualcosa che il bambino conosce bene, come le attività quotidiane o i giochi, l’esperienza immediata e conosciuta lo aiuta a chiarire il significato di parole o di frasi e quindi permette l’arricchimento del suo linguaggio”. Il gioco rappresenta per il bambino il mezzo preferenziale di comunicazione; attraverso ad esso impara a conoscere e a controllare il proprio corpo ed acquisisce competenze che gli permettono di maturare a livello cognitivo, linguistico ed affettivo- relazionale.
C’è uno stretto parallelismo fra lo sviluppo del gioco, l’uso delle parole e l’apprendimento delle regole ad esse collegate: attraverso l’esplorazione orale prima e la manipolazione poi, il bambino non solo impara a conoscere gli oggetti ma apprende anche la loro funzione ed il loro nome.
Ciò consente, anche al bambino con difficoltà di linguaggio, di denominare persone, oggetti, eventi, di fare richieste, di negare ciò che non desidera; di affermarsi cioè come persona.
All’inizio il gioco implica solo gesti primitivi e ripetuti come battere, scuotere o fare rumore con gli oggetti ed il piacere che ne deriva oltre a divertire il bambino lo spinge a continuare. Esattamente come avviene al momento della lallazione, è importante che l’adulto intervenga per rinforzare, incoraggiare e finalizzare l’attività.
Così, quando il bambino sfoglia le pagine di una rivista per il puro piacere dell’atto motorio, è importante dare un senso, fornendo un obiettivo, per esempio cercare una determinata illustrazione o un personaggio conosciuto.
I cambiamenti che avvengono nel gioco sono dovuti sia alla maturazione della capacità motoria che, soprattutto, allo sviluppo delle abilità cognitive. Il bambino immagazzina molte informazioni dall’ambiente in cui vive, dagli atti della vita di tutti i giorni, dagli oggetti che vede usare dagli adulti ed inizia a ripetere le cose che ha visto fare , ad esempio usare il telefono, lavare o dare il biberon al bambolotto, etc.. Anche se le azioni non vengono eseguite correttamente, con il passare del tempo le sequenze di gioco diventano sempre più ordinate e complesse ed il bambino è in grado di utilizzare anche oggetti diversi in sostituzione di quelli reali.
Allora una foglia può diventare “la bistecca” e una fila di sedie “il treno”.
Circa nello stesso periodo in cui il bambino inizia a mettere insieme le parole per formulare delle frasi è stato osservato che inizia anche a combinare delle azioni di gioco durante le quali cerca di ricreare una situazione reale nella giusta sequenza: esempio preparare la tavola, poi sedere le bambole sulla sedia e poi dar loro da mangiare.
E’ utile mettere a disposizione del bambino un numero limitato di oggetti che però possano essere diversamente combinati tra di loro; in questo modo è possibile produrre situazioni diverse senza che il gioco diventi ripetitivo o dispersivo.
Durante queste attività è importante fare commenti ,scandire il momento di inizio e di fine delle sequenze, fornire le regole ed i metodi di esecuzione del compito utilizzando ordini verbali brevi e chiari. L’educazione data in famiglia , dove predomina l’affetto, la comprensione ed una certa protezione, è completata dal rapporto con i coetanei che rappresentano “il primo incontro non protetto con la realtà” ma il cui esempio è molto più stimolante anche sotto il profilo linguistico.
Con il continuo e graduale aumento del vocabolario, il bambino si dimostra in grado di combinare le parole in modo significativo per formare delle frase che, all’inizio, assomigliano ai telegrammi in quanto costituite in gran parte da sostantivi e verbi, con pochi aggettivi e generalmente senza congiunzioni e preposizioni.
A partire dalla produzione stabilizzata di frasi a 2 o 3 elementi, il bambino inizia ad usare frasi sempre più complesse che contengono diversi tipi di congiunzioni, anche se talvolta la pronuncia delle parole non è corretta.
Di fronte ad una parola distorta o ad una frase scorretta bisogna intervenire per correggere oppure no?
Richiedere troppo spesso al bambino di ripetere meglio ciò che ha appena pronunciato oltre a scoraggiarlo può generare un rifiuto.
Viceversa, non si deve nemmeno fingere di aver capito quello che ha voluto dire quando ciò non è vero, e ci sono realisticamente delle situazioni in cui non è possibile decifrare quanto viene detto, soprattutto quando sono contemporaneamente presenti errori di pronuncia e di grammatica.
La maggior parte degli studiosi del linguaggio infantile concordano sul fatto che bisogna avere un atteggiamento positivo verso il linguaggio del bambino, accettando il contenuto del messaggio ma poi riformulando la frase in modo corretto; in tal modo si può verificare se si è ben capito quello che il bambino ha voluto dire e, nello stesso tempo, si fornisce il modello linguistico corretto. Naturalmente tutto va fatto con moderazione e al momento opportuno: quando il bambino sta raccontando una cosa interessante che ha visto o che ha fatto, si può lasciar perdere la pronuncia e fare domande dirette a descrivere meglio l’avvenimento.
Viceversa, quando si sfoglia insieme un libretto si può essere anche più richiestivi sulla corretta pronuncia della parola.

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Un commento su “IL LINGUAGGIO DA 1 A 3 ANNI”

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