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Oggi vi parlo di una nuova e interessante ricerca condotta da un gruppo di neuroscienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, pubblicata sulla rivista Neuron di Dicembre e condotta da Tyler Perrachione, ex studente del MIT e ora assistente professore alla Boston University.

Sono stati sottoposti a Risonanza Magnetica giovani adulti con e senza difficoltà di lettura mentre effettuavano una serie di compiti. Nel primo esperimento, i soggetti hanno ascoltato una serie di parole lette da quattro lettori diversi o da uno solo.
Le scansioni della Risonanza Magnetica hanno rivelato modelli caratteristici di attività in ogni gruppo di soggetti. Nei normolettori le aree del cervello che sono coinvolte nel linguaggio hanno mostrato un adattamento neurale dopo aver ascoltato le parole pronunciate dallo stesso lettore, ma non quando le parole sono state pronunciate da diversi lettori. Tuttavia, i soggetti dislessici hanno mostrato molto meno adattamento ad ascoltare le parole lette da un singolo lettore.
I neuroni che rispondono a un particolare input sensoriale di solito reagiscono fortemente in un primo momento, ma la loro risposta diventa automatica come continua lo stimolo. Questo adattamento neuronale riflette i cambiamenti chimici nei neuroni che, proprio a causa di ciò, rispondono più facilmente ad uno stimolo familiare, ha detto John Gabrieli, professore di Scienze Cognitive del MIT per le ricerche sul cervello. Questo fenomeno, noto come plasticità, è la chiave per l’apprendimento di nuove competenze. “L’adattamento è qualcosa che il nostro cervello mette in atto per rendere più facili compiti difficili, ma i dislessici non giovano di questo vantaggio”.

Cosa sono gli automatismi?

Ogni volta che noi impariamo una cosa il compito che eseguiamo è di tipo cognitivo e richiede tutte le nostre risorse attentive per essere portato a termine. Il classico esempio è quando si impara a guidare l’auto: i primi tempi si è molto concentrati sulle azioni necessarie e questo porta ad un grande dispendio di energie, la nostra attenzione è interamente dedicata a quel compito. Man mano che si fa esperienza e ci si allena, però, il compito diviene automatico, cosicché riusciamo a eseguire il compito più facilmente e velocemente: possiamo guidare ma anche parlare con un interlocutore, controllare lo specchietto, guardare fuori dal finestrino…

Come scrivevo anni fa nel mio libro La dislessia dalla A alla Z:

La difficoltà del dislessico negli automatismi in quei processi come la lettura e la scrittura, lo porta a un’incostanza nelle acquisizioni. Questa instabilità dura molto a lungo ed è un elemento di irritazione e di conflittualità con l’adulto che non riesce a spiegarsi perché aspetti apparentemente già acquisiti vengono in qualche modo rimessi in gioco. Purtroppo questo aspetto viene spesso interpretato come mancanza di impegno o rifiuto dell’aiuto che viene offerto al bambino…

La mancanza di automatismi porta il dislessico a prestare un surplus di attenzione alla decodifica del testo facendogli perdere di vista il suo significato e con esso la sua comprensione. La stessa fatica attentiva lo porta rapidamente a stancarsi e, quindi, a commettere errori, rimanere indietro e di conseguenza a non imparare.

Ma torniamo alla ricerca: è stato chiesto ai soggetti di guardare serie della stessa parola o parole diverse; foto dello stesso oggetto o di oggetti diversi e foto dello stesso viso o diverse facce. Le persone dislessiche non hanno mostrato l’adattamento neurale quando gli stessi stimoli sono stati ripetuti più volte, nemmeno per i volti e gli oggetti.

Come mai? I dislessici di solito non hanno alcuna difficoltà a identificare volti ed oggetti. Da qui l’ipotesi che la ridotta plasticità del cervello si manifesti palesemente solo durante la lettura perché si tratta di un compito estremamente complesso, che richiede di decifrare le lettere e ricondurle a dei suoni.

La ricerca ha indagato anche bambini di prima e seconda elementare. ”Abbiamo osservato la stessa identica riduzione della plasticità cerebrale, e ciò – spiegano i ricercatori – indica che questo problema compare precocemente quando si impara a leggere e non è il risultato di diverse esperienze di apprendimento”.

Il prossimo obiettivo sarà quello di verificare se lo stesso accada anche in età prescolare, prima ancora che si cominci a leggere.

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