Rodari quest’anno avrebbe fatto 90 anni. Per ricordare l’opera e il pensiero di questo uomo “bambino” ho deciso di dedicargli alcuni articoli. Questo è il primo.
 
 

 
…Le condizioni di una lettura disinteressata e veramente educativa sono molte e complesse, e assai raramente si realizzano nella scuola. Personalmente non sarei capace di esporle in modo ordinato e convincente. Posso accennare ad alcune che mi sembrano particolarmente importanti.
La prima è questa: che la lettura sia, in qualche misura, fine a se stessa, come il gioco.
Quando il maestro, durante gli ultimi dieci minuti di lezione, prima che suoni il campanello, premia l’attenzione o il buon lavoro della scolaresca leggendo qualche pagina di Pinocchio o di Robinson Crusoe, egli considera quei momenti probabilmente come una semplice distensione.
Al contrario, invece, è assai difficile che in quella mattinata egli abbia fatto qualcosa di più utile.
Un’altra condizione è che la lettura sia anche dialogo col libro, discussione alla pari, da uomo a uomo.
Mi succede spesso di citare il caso di una scuola, quella di Vho di Piadena dove insegna il maestro Lodi, che mi sembra, al proposito, esemplare. I ragazzi (erano allora in quarta elementare) lessero la favola della “Capra del signor Seguin” – la famosa capra che cerca la libertà e che, per aver disobbedito al padrone, finisce mangiata dal lupo. La morale della favola li lasciò perplessi. Ne seguì una discussione assai vivace, al termine della quale i ragazzi decisero di riscrivere la favola a modo loro, decretando il trionfo della capretta e, ovviamente, di un loro ideale di libertà (i ragazzi non hanno bisogno di conoscere il latino per sapere che “de te fabula narratur”). Questo mi pare un esempio di lettura viva. Esso presuppone un’abitudine alla libertà, alla discussione, un costume democratico, in cui le opinioni dei ragazzi non sono “rumore” da mettere a tacere. Presuppone una piccola comunità in cui valori come il voto, la pagella eccetera, contino assai meno di altri, tra i quali, non ultimo, il piacere di lavorare insieme.
Una terza condizione mi sembra quella di mettere nelle mani dei ragazzi i libri che contano.
Si tratti di letteratura infantile o di classici, di racconti o di volumi di divulgazione culturale e scientifica, questi libri dovrebbero rispondere ad un requisito comune: dovrebbero, cioè, appagare il desiderio del ragazzo di essere trattato da uomo, dovrebbero procurargli un tuffo in acque profonde, dove non si corre il pericolo di battere la testa sul fondo alla prima bracciata. Dovrebbero essere molti, per consentirgli di scegliere, di sottrarsi ad ogni imposizione; molti, anche per rispondere alle sue curiosità, ed ai suoi umori, che sono molti, e spesso mutevoli, confusi, instabili. Si dice con facilità: “Ai ragazzi piace questo”, “Ai ragazzi piace quest’altro”. Ma allo stesso ragazzo, nel corso della stessa giornata, possono piacere libri assai diversi tra loro. E se non trova nei libri quello che cerca, lo cercherà altrove. Per esempio, cercherà nei fumetti l’elemento comico, umoristico, di cui i libri sono spesso tanto avari: e avrà ragione lui, naturalmente. Se i libri sono meno attuali della televisione, meno interessanti del cinema, meno divertenti di Topolino, è colpa loro. Siamo arrivati abbastanza lontano dall’insegnamento della lingua. Ma è proprio qui che si voleva arrivare.
La lettura – appena terminato l’inevitabile apprendistato tecnico, che però dovrebbe poter avvenire, oggi, in modo vivo e per nulla meccanico – non fa parte dell’”insegnamento della lingua” , un concetto troppo limitato per contenerla. Essa fa parte di un’attività educativa più vasta, nella quale la responsabilità dell’insegnante di lettere non è superiore a quella dell’insegnante di scienze, e la responsabilità delle famiglie non è da meno. Non solo perché la “lingua” s’impara tanto studiando botanica che studiando lettere; e s’impara fuori della scuola non meno che a scuola (può darsi più fuori che dentro); ma perché la lettura riguarda la persona, riguarda tutto l’uomo. Sotto i panni dello scolaro o dello studente che “impara la lingua” dovremmo riuscire a vedere il personaggio più importante, cioè il giovane uomo che vive e impara a vivere. Vediamo così agitarsi in folla, attorno al libro di lettura, le più varie esigenze di riforma: di programmi, di metodi, di strutture, di attrezzature; esigenze di aggiornamento psicologico, pedagogico, didattico, sociologico. Non si può toccare una ciliegia senza scuotere tutto il mazzo. Ma io credo che, tanto tra gli insegnanti quanto nel gran pubblico, la coscienza della necessità di riforma possa più facilmente formarsi se si riesce ad evocarla intorno ai problemi sostanziali. Uno di questi mi sembra il rapporto tra il ragazzo e la lettura.
 
Una scuola con le porte più aperte sarebbe una scuola più vera e più viva.
Gianni Rodari
 
Tratto da L’ora della lettura

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2 commenti su “GIANNI RODARI: I BAMBINI E LA LETTURA”

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