Carl Honorè ha scritto due libri, entrambi tradotti in decine di lingue: …E vinse la Tartaruga e Genitori slow. Entrambi sono una riflessione su uno stile di vita più umano, più vero.

Un’interessante intervista all’autore è apparse sulla rivista francese Silence, qualche mese fa, dedicando un numero dedicato a L’éducation lente. Il sottotitolo del libro in italiano è: Educare senza stress con la filosofia della lentezza.

Ne riporto il pezzo finale che mi è piaciuto particolarmente. L’intervista intera la trovate qui.


(…) l’educazione lenta si basa sull’idea che i bambini apprendono meglio quando prendono la loro istruzione in mano. Quando si permette loro di esplorare il mondo secondo il  proprio ritmo. Quando li si lascia apprendere quello che vogliono quando lo vogliono veramente, e non quando il sistema decide che devono apprenderlo. L’educazione lenta lascia esprimere una certa competizione, senza trasformare gli anni di scuola in una gara dalla quale solo il primo arrivato esce vincitore. Essa lascia ai bambini molto tempo fuori dalla classe perché si riposino, riflettano e digeriscano quel che hanno appreso. L’educazione lenta evita il controllo burocratico centralizzato per  ridare potere alle scuole, ognuna delle quali deciderà cosa è meglio per i bambini.
L’educazione lenta presenta dei pericoli. Il primo è che la lentezza rischia di non “nutrire” sufficientemente gli alunni più intelligenti e di lasciarli così ai margini del percorso;  il secondo è che la sua struttura e la sua organizzazione potrebbero essere insufficienti per i bambini  provenienti da ambienti svantaggiati. Ma mi sembra che questo sistema, se concepito  correttamente, permetterebbe di evitare queste due insidie e soddisfare tutti i bambini.

A partire dall’inchiesta su questo argomento che lei ha condotto per due anni, quali sono le tre esperienze che lei considera più significative o più esemplari?

Sono stato molto colpito da The Segret Garden (il “giardino segreto”) a Fife, in Scozia. Si tratta di un asilo all’aria aperta. I bambini vi passano tutto il loro tempo fuori, nel bosco, dove imparano a far fronte a diversi rischi: i fuochi di bivacco, i funghi velenosi, le condizioni climatiche difficili. Essi adorano tutto ciò! Sono capaci di restare seduti tranquillamente e di concentrarsi. Si intendono a meraviglia con i loro compagni. E la loro salute è migliore di quella dei bambini tenuti ben al caldo. Sono meno sensibili ai raffreddori e alle malattie, meno soggetti alle allergie.
Noi abbiamo molto da imparare dal sistema  educativo finlandese. La sua logica è all’opposto della messa sotto pressione così diffusa altrove. I piccoli finlandesi entrano a scuola a 7 anni. Di tutti i bambini del mondo, sono quelli che hanno meno compiti e meno ore di lezione di tutti i bambini del mondo. Sostengono pochissimi esami . E tuttavia, quando diventano studenti, ottengono regolarmente i migliori risultati ai test internazionali di comparazione delle prestazioni.
Infine, mi hanno molto impressionato le scuole materne di Reggio Emilia, in Italia. In esse i bambini sono al centro dell’apprendimento, dispongono dello spazio e del tempo per sviluppare la loro curiosità. Risultato: hanno fiducia in se stessi, sono curiosi, felici e in piena salute.

Come, secondo lei, genitori, educatori e operatori professionali dell’infanzia potrebbero applicare nel quotidiano la “slow education”?

Facendo marcia indietro per lasciare ai bambini il tempo e lo spazio di cui hanno bisogno per vivere da bambini. Dobbiamo dare loro più fiducia.  Fin dalla nascita sono programmati per apprendere; se lasciassimo loro la libertà di essere curiosi, di riflettere, di  rischiare e, talvolta, di fallire, essi potrebbero sbocciare.

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2 commenti su “L’EDUCAZIONE LENTA”

  • Oltre alle constatazioni comportamentali sulla buona condizione di salute dei bimbi del Secret Garden o delle ottime performance scolastiche dei Finlandesi le Neuroscienze aggiungono la conoscenza che il processo di apprendimento richiede spesso una “rifunzionalizzazione” di aree cerebrali, che vengono usate per scopi come la visione degli oggetti, o dei visi e poi, sono “riciclate” ( S. Dehaene, I neuroni della lettura, 2007) per riconoscere le lettere, o aree dei colori usate per il riconoscimento dei simboli numerici. Riciclare un’area cerebrale è un lavoro lento, paziente di rinforzo del nuovo uso della struttura che richiede un apporto continuo e sistematico di informazioni provenienti dai vari sensi.
    Imparare significa creare nuove connessioni cerebrali e continuare ad usarle perchè diventino stabili, centro di collegamento con altre informazioni e quindi, indispensabili per il funzionamento di molte abilità, ritenute necessarie e funzionali e per questo non soggette alla cancellazione sinaptica.
    Imparare a leggere e scrivere ad esempio è un lavoraccio per il cervello richiede tempo, lentezza, senza contare poi che bisogna avere cura che ciò che si impara sia corretto altrimenti gli effetti a cascata di abilità più semplici su quelle complesse ne comprometteranno l’efficacia. Ad esempio se non so bene distinguere la lettura di e /a non riuscirò a riconoscere le regole morfologiche del plurale e di conseguenza la mia comprensione di ciò che leggo sarà più faticosa.
    Sposo appieno la posizione di Carl Honoré.

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