La testimonianza di un amico: Daniele Zanoni.
 
Mi piace iniziare questa sorta di relazione con la parola tema, perché nei temi non sono mai andato bene, anche quando i miei professori hanno saputo che in effetti non ero svogliato o ritardato. Ora tenterò di farvi vedere come scrive uno che ha imparato a mettere una parola dietro l’altra alla veneranda età di vent’anni.
 

Voi ora vi chiederete: “Vent’anni?” E vi risponderete: “Caspita ma sono proprio tanti!” e aggiungerete esclamazioni del tipo: “Non è possibile!” oppure: “Non ci credo!” In effetti l’età di vent’anni ha coinciso più o meno con la mia presa di coscienza, con l’arrivo della consapevolezza che ciò che scrivevo poteva essere giudicato in qualche modo sufficiente. A quell’età circa ho imparato a non fare errori di ortografia, di grammatica, di sintassi,… ma sempre con una certa fatica che, per fortuna, piano piano ha iniziato a diminuire. Posso garantirvi che con queste premesse sto tremando dal terrore che il mio stile non vi piaccia. E so benissimo che questa apparirà ai vostri occhi come pura presunzione. Ebbene ora posso preoccuparmi dello stile, perché ciò che ho imparato, e cioè mettere soggetto verbo e complemento in fila in modo italianamente corretto, non me lo leva e non me lo leverà più nessuno. Ora e solo ora inizio a essere consapevole di quello che valgo, e vi posso garantire che di sudore ce n’è voluto parecchio. Ora potrei scrivere addirittura pagine e pagine trattando solo aria fritta. Ma vi dirò di più: ora scrivere addirittura mi piace. Quanto al parlare, beh quella è stata un’altra storia, ero già capace di farlo in modo corretto, il fatto è che a volte, e mi succede anche ora, mi intrappolo nel caos dei miei pensieri, delle mie idee, che scorrono veramente in modo molto veloce e difficilmente traducibile in parole. Allora devo fermarmi un secondo, riflettere, mettere in fila gli argomenti, poi la lingua sembra quella di un’altra persona, di uno sicuro di sé, sicuro di quello che sa. Devo comunque essere molto consapevole, molto sicuro di ciò che devo dire, per me questo significa aver ricontrollato tutto decine di volte, essere pienamente certo delle nozioni con le quali dovrò fare i conti. In effetti più che una relazione o un tema, questa sarà una sorta di chiacchierata scritta. Bene, detto ciò posso presentarmi. Buon giorno a tutti, mi chiamo Daniele Zanoni, dottor Daniele Zanoni, laureato in fisica in 29 aprile 2004. Quando lo dico in giro la gente mi guarda con occhio ammirato e le parole che escono dalla loro bocca sono di compiacimento e di stima, pensate che riguardano soprattutto la mia testa… sì proprio quella stessa testa che per anni è stata considerata bacata da chi avrebbe dovuto aiutarmi a dimostrare quanto poteva essere gratificante avere una cultura. Cosa c’è di strano in tutto questo? A parte la veneranda età a cui sono arrivato alla laurea: trentadue anni? A parte il fatto che alle medie superiori sono stato bocciato due volte? A parte il fatto che mi sono laureato mentre lavoravo? C’è di strano che io non so ancora le tabelline, o almeno quasi… Ma per le saracche delle Molucche! SOMARO!!! Svogliato!!! E anche un po’ ritardato… grande e grosso come sono e addirittura laureato non so ancora cosa fa 7×8? Già! D’acchito non lo so… e allora? Non sono mai morto per questo. Tra l’altro i miei risultati scolastici, come si può dedurre dal titolo che ora può comparire davanti al mio nome, li ho raggiunti ugualmente. Nonostante la scuola, nonostante gli insegnanti, nonostante tutto ho potuto scrivere una dedica sulla mia tesi di laurea che recita così: “…a tutti i dislessici al desiderio di sapere e alla fatica per ottenerlo” Perché proprio di fatica si tratta, di curiosità esagerata, di fantasia sfrenata, di creatività degna di nota, ostacolata dall’incapacità di imparare a decodificare il testo scritto. Vi svelo un segreto: un dislessico ha la testa che funziona altrettanto bene di una persona senza problemi di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), ma lo fa in modo diverso e a me è successo che per essere valutato ho dovuto imparare a dimostrare il mio sapere come tutti gli altri. Per usare una metafora è un po’ come se io stessi correndo una gara di motomondiale con una moto da cross: al traguardo sono arrivato dopo, ma se poi gli altri mi avessero seguito sullo sterrato… Quando mi hanno chiesto di intervenire in questa sede ho pensato molto a quello che avrei potuto scrivere e dire. Non è la prima volta che parlo in pubblico della mia dislessia e, ormai da qualche anno, scrivo sul forum www.dislessia.org/forum, ma ogni volta è come se fosse la prima. Oggi dirò che mi ricordo di averne passate di tutti i colori e che alla fine, però, ho trattenuto solo il buono sia delle esperienze positive sia dalle negative. Questo ottimismo di fondo è stato la mia fortuna ed è stato l’atteggiamento mentale che mi ha permesso di portare avanti gli studi e di cercare la mia posizione nel mondo. Nathaniel Hawthorne disse “ciascun individuo ha un posto da occupare nel mondo ed è importante se sceglie di occuparlo o no” e io ho scelto almeno di provarci. Questo ottimismo, questa tenacia, questa caparbietà mi sono stati trasmessi dai miei genitori, mia madre riesce a vedere il lato bello di tutto, anche in situazioni veramente difficili, e mio padre, dislessico come me, nella sua vita ha visto che la scuola non è tutto, nonostante gli sia rimasto molto rammarico per non essere riuscito a portare avanti gli studi e per aver ancora qualche difficoltà nello scrivere e nel leggere. Ma per la bravura nel suo lavoro, fa il restauratore di mobili antichi, è riuscito ad avere il titolo di Artista dalla Camera di Commercio, senza dover presentare nessuna relazione scritta, non per merito di circolari ministeriali di dispensa per problemi di DSA. Per questo ha avuto esperienze che lo hanno reso forte delle sue capacità nonostante il completo fallimento scolastico, e la sua costanza gli ha permesso di arrivare a meritarsi il posto che gli compete nella società. Ho parlato di fallimento scolastico di mio padre perché, non solo, la sua intelligenza non è stata minimamente valorizzata, ma gli era stato caldamente consigliato di allontanarsi dalla scuola e di trovarsi un lavoro in giovanissima età… Ritornando a me, la forza, la risolutezza, il vigore che mi sono stati trasmessi, mi hanno permesso di continuare a combattere contro i draghi della mia dislessia, anche se in quel momento mi sembravano solo dei maledetti mulini a vento, fino a quando sono arrivato ad ottenere quello che mi spettava. Se adesso guardo indietro trovo di positivo che questo atteggiamento mentale di continua insicurezza mi ha permesso di imparare un’estrema umiltà e una costanza non comuni. Infatti, ora sono convinto che se si fa del proprio meglio, prima o poi i risultati arrivano, anche se prima di vederli si devono addirittura sopportare delle umiliazioni degne di questo nome da persone che vengono ritenute pietre di paragone. Ho fatto alcune ricerche per tirare fuori un po’ quelle crisi che non mi ricordavo, così sono andato in soffitta a cercare i quaderni, i diari, i temi, gli appunti… che mia madre ha conservato. Sfogliando quelle pagine e guardando i commenti degli insegnanti, mi sembrava proprio di rivivere quei giorni. Ora ne parlo tranquillamente, ma ci sono stati periodi in cui mi trovavo raggomitolato in un angolo della mia cameretta in un mare di lacrime che scendevano ininterrottamente, con un groppo in gola enorme, circondato da un silenzio quasi irreale, spezzato, di tanto in tanto, solo dai miei singhiozzi. Le domande incalzavano nella mia mente: perché mi sento così? Cosa ho fatto? Dopotutto non ho niente che non va, perché non ce la faccio?… Questo anche dopo che mi avevano svelato che l’origine delle mie difficoltà aveva un nome diverso da: Distratto Svogliato Asino… Ricordo che, anche quando le mie difficoltà non erano più un segreto, mi capitava di stare veramente molto male, anzi i momenti peggiori li ho passati proprio alle superiori, dove i professori pretendono che tu sappia leggere e scrivere e non gli importa se hai difficoltà, devi comunque arrivare ad un livello “sufficiente”. Già, la tortura scolastica! Nel periodo delle medie superiori, per me, ha subito un’accelerazione degna di un jet proprio quando potevo vantarmi di non essere meno intelligente di un altro perché il segreto era stato svelato. Complice di questo anche l’età dell’adolescenza che, come sapete non è proprio delle più facili. Mi fa male dirlo, ma credo che molti dispiaceri mi siano stati regalati dall’ottusità e dalla poca disponibilità, dalla poca predisposizione all’accoglienza da parte di quegli insegnanti che considerano gli studenti meri contenitori da riempire. Per questo, se essi non sono abbastanza capienti oppure se la ricettività non è agevole sono giudicati e classificati come persone di serie B. Ora vi racconterò un po’ della mia storia scolastica dal punto di vista di Daniele Zanoni, credo che possa farvi rivedere un po’ di vita scolastica, sempre che vi ricordiate e che abbiate mai provato cosa significa essere giudicati incapaci o fannulloni per qualche brutto voto che non dipende da voi. I miei sono stati una serie quasi infinita di brutti voti, perché: “Si vede che sei sveglio e intelligente, ma evidentemente ci prendi in giro, non stai mai attento…”. E i genitori cosa possono fare in questi casi? I miei non sono persone che se ne fregano, e mia madre ai colloqui cercava sempre di spiegare i miei problemi. Comunque, davano ragione anche agli insegnanti, le persone a cui avevano affidato i loro figlio sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista educativo, almeno fino a quando non sono stati convinti che il problema non era del tutto mio. Ho scoperto che, paradossalmente, le scuole sono fatte per chi sa, se uno studente ha difficoltà ad imparare nei tempi standard viene visto, da alcuni insegnanti, come ostacolo perché frena l’andamento della classe e viene lasciato in disparte. Ma torniamo alla mia storia scolastica: All’asilo, io ho frequentato il Diana (ora in giro per il mondo gli asili migliori portano hanno la targa Reggio Children e utilizzano il metodo Malaguzzi, che è stato, appunto, il fondatore della scuola materna “Diana”) si erano accorti della mia scarsa lateralizzazione e avevano consigliato i miei genitori di farmi fare del nuoto, che prevede l’utilizzo di capacità motorie di coordinazione di carattere fortemente lateralizzato, e di parlarne con la maestra. Le elementari sono trascorse piuttosto serenamente. La maestra mi aveva classificato come un bambino dall’intelligenza sveglia, con buona proprietà di linguaggio, almeno dal punto di vista orale, sempre pronto a rispondere alle domande, ben integrato con i compagni: insomma, più o meno una promessa. Solo non sapeva esattamente cosa comportava e cosa significava l’essere poco lateralizzato. Da qui qualche piccolo difetto: non sarei mai diventato un gran lettore… in effetti ricordo benissimo le prime umiliazioni: “Daniele devi leggere di più! Insomma sei in quinta elementare e leggi proprio male! Ti do 4 in lettura, così impari…” e in grammatica, in dettato, in ricopiatura, non eccellevo, solo per usare un eufemismo… Quante volte mi sono sentito ripetere: “chi non sa leggere la sua scrittura è un asino per natura “. Un altro problema, poiché fare certe cose mi provocava forte disagio, era che mi distraevo un po’ più di un bambino non dislessico, perciò ero ripreso abbastanza di frequente. In complesso, comunque, superavo la sufficienza e così non ho avuto molti problemi. Le medie inferiori sono state un po’ più difficili, lì sono iniziate le umiliazioni vere. Io ho sempre avuto la necessità di avere la testa impegnata e riuscivo a seguire quello che diceva l’insegnante e a fare anche qualcos’altro, tipo giocherellare con le biro sotto il banco. Ricordo l’insegnante di Italiano che si arrabbiava perché secondo lei non stavo attento, ma quando ero chiamato rispondevo a tono. Un giorno disse una cosa del tipo: “Sai ho avuto uno studente che giocherellava sotto al banco e rispondeva sempre a tono”. Mi sono riconosciuto nella situazione descritta e così, innocentemente, dalla mia bocca è uscita l’esclamazione spensierata: “Come me!” allora lei per fermare il mio entusiasmo ha ribattuto con parole del tipo: “Sì, ma lui era molto intelligente…”, al momento non mi sono sentito molto bene, ma questo è solo un piccolo aneddoto, a frecciate di questo tipo ero ormai avvezzo. Questa insegnante aveva capito che quando qualcuno leggeva in classe io faticavo a seguire e appena alzavo gli occhi del foglio perdevo il segno, poi, naturalmente, faticavo molto a ritrovarlo. Capito questo lei, mi aiutava chiamandomi: “Daniele, continua tu!”, io alzavo gli occhi del foglio e il segno scompariva, e ritrovarlo era un dramma, allora le dicevo: “ho perso il segno, ma l’ho perso adesso”, ed era vero. Lei continuava la sua crociata nei miei confronti dicendo che non era possibile, che se avessi perso il segno al momento avrei dovuto ritrovarlo immediatamente. Quando arrivai a rassegnarmi e ad ammettere, naturalmente mentendo, che non ero attento da tempo immemorabile, diventai il capro espiatorio delle sue manie di infierire verso gli studenti “svogliati”. Per non parlare poi dei temi, quelli erano spesso giudicati scarsi o insufficienti, per gli errori, per il disordine, per l’illeggibilità e anche lì: “chi non sa leggere la sua scrittura è un asino per natura”. Ricordo benissimo un episodio: alla fine di un compito in classe, entrò il preside in aula e lei tirò fuori dal cestino una mia brutta per far vedere quanto era corto il mio tema e come non ero bravo, in modo che la “bellissima figura” che avrei fatto davanti al preside mi avrebbe fatto riflettere. Questo mi faceva solo arrabbiare e, dato che la rabbia non potevo esprimerla, mi faceva deprimere. Lei, nella sua presunzione di aver capito che la mia era solo svogliatezza, mi regalava dei libri con dediche del tipo: “sperando che letture semplici ti facciano venire la voglia di leggere”, senza capire che io di voglia di sapere quello che stava scritto in giro ne avevo anche per lei. Questa “magnifica” professoressa ci insegnava anche storia i cui eventi, per me erano in un unico calderone e si potevano concatenare in modo incredibilmente semplice ma altrettanto assurdo, non fu così facile arrivare alla sufficienza. Teneva anche le lezioni di geografia (che ho imparato giocando a Risiko) materia nella quale non incontravo molti problemi, fino a quando avevo davanti le cartine, ma che senza riferimenti vi lascio immaginare … Si aggiunga che a quel tempo iniziavo anche la lingua stranera: francese. Mio nonno era emigrato in Francia ed era tornato in Italia con una compagna francese, così, non solo i compiti di francese li facevo con una madrelingua, ma loro, continuavano a parlare in francese, anche in mia presenza, cosi anche avrei fatto meno fatica ad appropriarmene. E il professore di francese non solo non sopportava che qualcuno potesse insegnarmi meglio di lui, ma aveva imparato che avevo qualche problema di attenzione, di lettura e di scrittura, così usava la sua autorità per farmi sentire inferiore. Per fortuna quel professore lo ebbi sono in prima. Con la matematica, nello scoprire i metodi di risoluzione dei problemi non ho mai incontrato difficoltà, ma fare le operazioni, studiare le tabelline, copiare in bella… Già. Uno dei più grossi problemi di un dislessico è che non riesce a copiare, è che fa molta meno fatica ad imparare e a metterci della farina del suo sacco piuttosto che a copiare. Ma questo non lo capisce nessuno, neppure i compagni che tentano di aiutarti passandoti il compito… Leggere a casa stava diventando sempre più importante, i miei voti stavano diventando disastrosi, ma nonostante il parere sfavorevole dei miei insegnanti di scuola i miei mi portarono a lezione di recupero, tenendolo naturalmente segreto. Chi mi dava lezione è una persona eccezionale che fortuitamente è anche mia cugina. Lei ha una passione notevole per la linguistica, tanto che dopo l’Università, per hobby, scrisse, per sé, un compendio di tutte le regole e le eccezioni che erano disperse in diversi libri di grammatica, solo per il piacere di trovare tutto in un posto. Lei mi fece fare un recupero notevole fin dalle prime lezioni. La scelta della scuola superiore per me fu semplice, l’informatica era quello che volevo fare, ma chiaramente g

li insegnanti mi sconsigliarono l’istituto Pascal. Oltre tutto, come se non ne avessi già abbastanza, mi diedero parecchi grattacapi insistendo sul fatto che al massimo io avrei potuto fare una scuola di tipo professionale e, visto che mio padre aveva un’attività ben avviata, avrei potuto lavorare con lui tentando di ipotecare il mio futuro. In questo periodo la poca indulgenza che gli insegnanti avrebbero continuato a riservarmi se avessi dato loro ascolto per la scelta della scuola superiore, svanì completamente. Per fortuna, in terza media, ancora legavo molto con i compagni di classe e il non trovarmi da solo fu un bell’aiuto. Poi, però, nessuno aveva scelto l’istituto secondario che mi piaceva e sarei rimasto solo l’anno dopo, ma questo non mi faceva paura, avrei superato il problema. Sapevo di esserne capace. Al BUS fui sorteggiato subito. Avevo preso sufficiente all’esame di terza media, e quello fu uno dei due anni in cui non si accedeva per voto, ma per solo per sorteggio. Un segno del destino. Avrei dovuto frequentare proprio quella scuola, con mia grande gioia. Alle superiori non me la passavo proprio molto bene, anzi, direi proprio male. Lì puoi essere bravo a girare tutte le frittate che vuoi, ma se non studi a casa non la racconti a nessuno. L’impatto con i metodi di studio fu un po’ dirompente. Tentarono di insegnarmi che studiare significa: leggere, rileggere, tentare di capire e ripetere le lezioni all’imbecillità fino a che non le sai, e che metodo significa fare un po’ tutti i giorni. Nessuno, a scuola, mi ha insegnato che esistono metodi e metodologie che si sposano molto meglio al cervello umano. Comunque ai problemi scolastici si aggiungevano i problemi con i miei compagni, con i quali non legavo, anche perché mi sentivo profondamente inferiore: io non sapevo neppure leggere bene. In quel periodo della vita la scuola era estremamente importante per me, la mia valutazione come persona passava per forza dai voti che mi meritavo, nonostante tutto. Fu a quel tempo, tempo della prima superiore, che Daniela, la mia insegnate privata, che aveva sentito parlare di dislessia e conosceva Lina Mazzaperlini, fondatrice di un centro per il recupero della dislessia a Reggio Emilia, mi organizzò un colloquio con quest’esperta. Durante quella chiacchierata Lina mi fece fare alcuni test e il resoconto fu evidente: “Vorrei sapere chi devo picchiare: la maestra o qualche professoressa? Daniele è dislessico e i segni sono inequivocabili, vedete i quaderni?”. A quelle parole scoppiai a piangere ininterrottamente, non sapevo cosa significava dislessia, ma capivo che c’entrava con la mia autostima, con la mia autovalutazione, con i problemi che avevo a scuola e nel mondo, con le difficoltà a rapportarmi con i miei coetanei, insomma con tutti i miei incubi. Ebbi una reazione incontrollabile, liberatoria, le lacrime scendevano nonostante la mia volontà di trattenermi, perché a casa di una sconosciuta non si piange. Anche i miei genitori in un primo momento mi pregarono di non farlo, ma Lina disse che dovevo liberarmi e, in quel momento, piangere mi avrebbe fatto bene per scaricare tutte le tensioni che avevo dentro per tutte le ingiustizie subite. Poi, con una naturalezza incredibile, iniziò a farmi dissacrare i miei professori, quegli stessi che mi giudicavano. Ricordo benissimo le sue parole: “Daniele, vediamo un po’ come sono questi tuoi professori? Che difetti hanno? Te li ricordi no?” e io iniziai a srotolarne una serie paurosa, quasi inquietante. Quindi non è che ne saltassero fuori proprio delle belle figure. Le parole di Lina parole furono: “Vedi? Anche loro hanno dei difetti. E tu ti fai dei problemi se gente così ti dice che non sei abbastanza intelligente? Ma chi sono questi per poterti giudicare?”. Non capii immediatamente quello che stava facendo, anche se il pianto si stava trasformando in una fragorosa risata. Ci misi un po’ a comprendere che non dovevo pendere dalle labbra di qualcuno solo perché mi era stato imposto dall’alto, ma che doveva guadagnarsi la mia stima, anche se era dietro a una cattedra, almeno tanto come io dovevo guadagnarmi la stima delle altre persone. Questo mi insegnò che anche il mio giudizio è importante almeno tanto quanto quello di chiunque altro. Poi mi disse che dovevo recuperare molto, che avrei dovuto sudare, faticare e soffrire per riscattarmi, che dovevo capire se il gioco valeva la candela. Mi disse un numero: 72, erano le battute a cui far andare il metronomo per scandire la mia lettura, una parola per battuta, e se non riuscivo a star dietro a quel treno avrei dovuto sillabare, ma io non sapevo sillabare, allora, prima di iniziare a imparare a leggere, dovetti imparare a sillabare… Vi garantisco che 72 sillabe al minuto sono davvero poche, e se considerate che ero in prima superiore e che avevo scelto una scuola, il BUS TCS – Pascal, in cui leggere e studiare a casa non era un dettaglio, capirete quanto potevo essere pressato dalla situazione. Diede i consigli a Daniela e iniziai il recupero. Fu un lungo viaggio attraverso metodi di studio considerati alternativi: ricerca di parole chiave e di parole concetto, mappe mentali, mappe concettuali, metodi di lettura veloce, allargamento del campo visuale, regolarizzazione dello spostamento dei punti di fissità, metodi di visualizzazione creativa, associazione, schedario mentale, metodi delle stanze, conversione numerico/fonetica di Leibniz. Mi esercitavo a tenere un’agenda, a ricopiare in bella calligrafia, iniziai ad affrontare le metodologie di studio, che non significano solo leggere e ripetere fino a quando non si è sicuri di quello che si è studiato. Il tutto mentre recuperavo anche le nozioni che ancora non avevo, e mentre imparavo a scrivere più fluidamente. Tutto in più rispetto alla scuola. Fui bocciato due volte, in seconda e in terza. Solo un aneddoto delle tante angherie subite: alla fine della prima volta che ho frequentato la terza, uno di quei giorni in cui ormai il programma è finito, in cui ormai gli studenti che vanno a scuola lo fanno solo per fare due chiacchiere con gli insegnanti o con i compagni, uno di quei giorni in cui ai ragazzi pare di stare sulle scatole a chi vorrebbe fare altro… Fu uno di quei giorni quello in cui una professoressa mi disse, guardandomi negli occhi: “Vedi Zanoni, si vede che qualcosa c’è, ma devi avere delle lesioni a livello logico, e, per il tuo bene, ti consiglio di fare qualcos’altro, l’informatica non va bene per te, e non va bene qualunque cosa in cui ci sia della matematica…”. Lei non aveva studiato pedagogia o psicologia, ma matematica… L’anno dopo, ancora in terza, trovai dei professori un po’ più comprensivi e io, ormai ero arrivato ad essere sufficientemente “parificato” per arrivare alla sufficienza con le mie gambe. Nei due anni successivi al diploma, tra attesa e servizio civile, riflettei a lungo, mi guardai intorno e scelsi un corso universitario su misura per me. Andai a casa e dissi a mia madre che intendevo fare l’università. Non vi dico come mi guardò, ma le sue parole furono: “Per 6 mesi ti pago le tasse, per i prossimi o vai bene o vai a lavorare…”. Beh, corse a pagarmi le tasse lei perché io non mi dimenticassi: 29 di media, tutti gli esami sostenuti in sessione ordinaria, primo voto 30 con lode… Lì ho capito che avrei potuto fare quello che volevo. Non pensiate che il resto della mia vita scolastica sia stata esattamente una passeggiata. Per continuare gli studi c’è voluta determinazione, forza di volontà, umiltà e molta voglia di farcela. Ho conseguito il Diploma Universitario con 110/110. Poi ad un amico, trovato durante gli studi universitari, è venuta la malsana idea che con quel titolo non avremmo mai potuto chiamarci Dottori. Così ricostituimmo il trio squinternato, ci iscrivemmo di nuovo e portammo a termine quello che ci sembrava incompleto… Visto che siamo personaggi un tantino inquieti non è detto che un giorno non ci venga in mente di fregiare il nostro nome con un altro titolo… Ora modero il forum del sito http://www.dislessia.org/ costruito da Gloria Bertani, una mamma molto attiva della se

zione di Roma. Invito tutti a farci un giretto e a leggere, visto che questo luogo virtuale fa incontrare soprattutto genitori e dislessico, non sarebbe male che qualche insegnante o qualche tecnico intervenisse di tanto in tanto. Su questo forum scrivo con lo pseudonimo di dnaiele. Perché dnaiele? In effetti non sono un ingegnere genetico. Qualche tempo fa mi sono iscritto su un sito internet con questo nick, ho premuto i tasti sbagliati su una tastiera da “normali”; una persona mi ha chiesto da quando ero diventato un ingegnere genetico… Questo mi ha divertito, e così, quando non ci sono questioni formali di mezzo sono rimasto dnaiele, e quale miglior posto per firmarsi così se non un luogo in cui sono tutti dotati di creatività superiore alla media? Dal forum, per merito di Claudia Cappa, una mamma di Torino, è nato un libro che si intitola: “Manuale di sopravvivenza per non naufragare nella tempesta scolastica”, , edito da coop. Questo manuale non pretende di essere tecnico o di spiegare cosa sia la dislessia. È stato scritto da chi vive il problema sulla sua pelle, da dislessici o da persone che aiutano a studiare i dislessici. Mi sono trovato coautore di questa opera direi inconsapevolmente, e me ne sono reso conto quando Claudia mi ha chiesto l’autorizzazione alla pubblicazione di ciò che avevo scritto sul forum. Il manuale contempla una serie di metodi di studio, di tecniche di apprendimento, di modi per aggirare gli ostacoli, scritti da chi gli ostacoli ha dovuto imparare a superarli. L’ultima mia fatica è stata quella di scrivere un libro sui dislessici famosi in collaborazione con la logopedista Rossella Grenci. È il primo libro di questo genere edito in Italia, scritto anche da un dislessico per dislessici. È stato curato anche nelle caratteristiche editoriali che presentano accorgimenti per rendere la lettura più scorrevole proprio a chi ha maggiori difficoltà. Parla della vita di alcune persone famose che si ritiene siano state dislessiche come Carlo Magno, Albert Einstein, Leonardo da Vinci, e di altre di cui lo si sa per certo come Tom Chiuse o Nicholas Negroponte, delle loro difficoltà e delle loro vittorie, il tutto è stato supportato da una ricerca bibliografica veramente notevole che ci ha permesso di avvalorare tutto e di leggere le loro vite sotto una luce “dislessica”. Quando ho ricevuto la notizia che sarebbe stato pubblicato è stata una soddisfazione incredibile! Non è facile pubblicare per una persona normale, figuriamoci per uno che ha imparato a scrivere a vent’anni… Per questo devo ringraziare moltissimo Rossella che fin dall’inizio ha creduto molto in questo progetto e che mi ha spronato a tirare fuori il meglio di me scrivendo, gestendo e integrando in suo lavoro con il mio. E ora cioa a tutti! Cioa? Cioa è il saluto di Plutarconio: il mio pianeta, il pianeta dei dislessici, nato sul forum. Dove tutto è sentimento ed emozioni e sensazioni, il tempo non si misura con gli orologi, semmai con le canzoni, oppure con lo scorrere delle emozioni, dove tutto è quel che è e nessuno ha paura di mostrarsi per com’è… e non importa se non ricordi un nome o la data di un compleanno, se è importante per te prima o poi il nome lo ricorderai e il compleanno non conta, che se hai voglia di far festa perchè sei contento, basta che vai lì e gli dici oggi è il tuo compleanno? NOOO??? Allora facciamo festa doppia! È un bel posto, almeno per noi.

Dott. Daniele Zanoni
 
 
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8 commenti su “DNAIELE E LA DISLESSIA”

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