Quante volte mi sono chiesta che senso avesse bocciare un ragazzo in difficoltà, dislessico o no. O meglio: ribocciarlo! Nel periodo estivo mi rifaccio sempre le stesse domande quando vengo a conoscenza, tramite i miei pazienti, di situazioni in cui la scuola ha grosse responsabilità sull’insuccesso di questi ragazzi e si nasconde dietro valutazioni asettiche: Il ragazzo non ha raggiunto gli obiettivi… Ma possibile che gli obiettivi debbano essere rigidamente stabiliti a priori, senza considerare il punto di partenza dello studente, le sue peculiarità di apprendimento, la sua storia personale?

Mentre continuano a girarmi queste e altre domande, leggo l’interessante articolo sul blog amico Dislessia? Io ti conosco dal titolo Il “6 dislessico”.

Come è scritto nell’articolo:

Assegnando il “6 dislessico”, come l’ho definito nel titolo del post in ricordo del più famoso 6 politico, gli insegnanti e le scuole sembrano “lavarsi mani” e “mettersi l’anima in pace”. Mi spiego meglio. Consapevoli di non aver fatto il massimo per agevolare, come da legge, il percorso scolastico dell’alunno con DSA lo valutano “regalandogli” una sufficienza anche se non meritata, e quindi, facendo felice, a loro modo di vedere, sia lo studente che i suoi genitori. Anche nel momento delle pagelle finali il “6 dislessico” appare magicamente su carta trasformando tutti quei pessimi voti accumulati, magari immeritatamente, durante tutto l’anno scolastico. Faccio un esempio. Prendiamo una materia scolastica, storia, e diversi compiti in classe e interrogazioni. Un ipotetico ragazzo dislessico studia tutto il giorno per prepararsi alle prove, più degli altri, rinuncia al tempo libero per essere pronto. L’indomani le prove e i voti: 5, 4, 5 e ½ e così via. Tutti voti negativi che demotivano psicologicamente il ragazzo, lo inducono a pensare che è un buon a nulla, che alla fine dell’anno verrà bocciato e che per lui non vale la pena studiare. Per giunta in classe può venir trattato e considerato come tra gli ultimi della classe. Poi, però, come per magia, alla fine dell’anno in pagella tutti quei brutti voti diventano positivi sintetizzati in un tondo segno grafico numerico: 6. Perché allora dovrebbe essere felice il dislessico di quel 6? Solo perché ha ottenuto la promozione? Certo non è cosa da poco, ma che dire di tutte le delusioni provate durante tutto il corso dell’anno nonostante lo studio, i pianti, le arrabbiature le ore private al gioco? Non c’è da stupirsi se poi in questi ragazzi nasca un rifiuto della scuola e rinuncino ad impegnarsi data la mancanza di risultati. Impossibile non capirli. Qual è allora il metodo di giudizio sbagliato? Quello adoperato durante ogni prova effettuata durante l’anno o quello che ha portato ha scrivere quel 6 in pagella? 

Sono pienamente d’accordo su quanto scritto e mi farebbe piacere sapere anche voi cosa ne pensate. Aspetto i vostri commenti 🙂Se ti è piaciuto l’articolo puoi seguirmi anche sulla pagina Facebook di Le aquile sono nate per volare.

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