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“Perché – si domandava Pinocchio – perché andare per la strada è una brutta cosa, mentre andare a scuola è bene? A me sembra il contrario, pensava; mi sembra che per le strade ci siano tante cose da vedere, mentre a scuola c’è poco spazio e bisogna per forza stare fermi, non fare rumore, con un maestro che è già cambiato tre volte dall’inizio dell’anno” (Canevaro, 1976).

“La scuola” – diceva Don Milani – “è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati, tagliata su misura per ricchi” (Scuola di Barbiana, 1967).
“A Barbiana chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti.”
Una scuola dove chi è “lento o svogliato” si sente il “preferito” pare una scuola ideale, un’utopia, un luogo che non c’è e che non può esistere, ma quello che sorprende, andando avanti nella lettura, è il comprendere che, sebbene Barbiana fosse una scuola severa e dura, dove non mancavano i rimproveri e i ritmi di studio faticosi, proprio i più svogliati si appassionavano a duna materia dopo l’altra, perché traevano dallo studio le conoscenze indispensabili per muoversi nel mondo, per comunicare con gli altri, per affermare i propri diritti.
Facevano cioè della scuola un ambiente in cui si impara insieme e con gusto ciò che sarà utile per vivere e per non finire mai di imparare. Avevano capito, i ragazzi di Barbiana, (e lo misero per iscritto tra le riforme di scuola da proporre) che “agli svogliati basta dargli uno scopo”.

“Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? (…) Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa” (Rodari, 1964).
“Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere. Ne sapeva qualcosa Giacomo Leopardi quando scriveva nel suo Zibaldone, alla data del 1° agosto 1823: – La più bella e fortunata età dell’uomo, ch’è la fanciullezza è tormentata in mille modi, con mille angustie, timori, fatiche, dall’istruzione e dall’educazione, tanto che l’uomo adulto, anche in mezzo all’infelicità… non accetterebbe di tornar fanciullo -.” (Rodari, 1973).
Troppo spesso, l’insegnante fa nascere nei bambini la paura di commettere errori e mostrare che non ha capito, e ciò contribuisce a inibire il pensiero riflessivo ed una comprensione autentica dei principi su cui si basa la conoscenza (Fontana, 1966).
“Se un bambino scrive sul suo quaderno “l’ago di Garda” o si corregge
l’errore con un segnaccio rosso o blu o si segue l’ardito suggerimento
e si scrive la storia e la geografia di questo ago importantissimo
segnato anche sulla carta geografica d’Italia. La luna si specchierà
sulla punta o sulla cruna? Si pungerà il naso?”
(Rodari, 1973).
Ecco altri due esempi, tra i numerosissimi che Rodari inventò nella sua vita:
“Battendo un tasto sbagliato sono arrivato in Lamponia, un paese dolcissimo che sa di marmellata e di sciroppo. (…)
Il popolo dei lamponi confina con altri popoli buoni e tranquilli: fragole, mirtilli, lucciole e grilli. (…)
O paese felice, ma scoperto per errore, Lamponia del mio cuore!”
(Rodari, 1964).
Forse pochi maestri come Gianni Rodari, un altro esponente del Movimento di Cooperazione Educativa, hanno saputo mostrare come il proverbio “sbagliando si impara” possa essere sfruttato con efficacia nella scuola, proprio perché gli errori, se vengono colti nel loro lato buffo, possono diventare fonti di apprendimento molto più efficaci e durature di regole imparate semplicemente a memoria. I sostenitori dell’apprendimento per scoperta, ad esempio, affermano che gli errori sono parte integrante dell’apprendimento perché aiutano coloro che imparano a porsi domande nel tentativo di scoprire come e perché abbiano sbagliato.
Così lo stesso Rodari parla degli errori, secondo la sua diretta esperienza di maestro:
“L’errore ortografico, se ben considerato, può dar luogo ad una serie di storie comiche e istruttive. (…) molti dei cosiddetti “errori” dei bambini,
poi, sono un’altra cosa: sono creazioni autonome, di cui si servono per
assimilare una realtà sconosciuta. (…) Tra l’altro ridere degli errori
è già un modo di distaccarsene. La parola giusta esiste solo in
opposizione alla parola sbagliata. (…) Sbagliando s’impara, è vecchio
proverbio. Il nuovo proverbio potrebbe dire che sbagliando si inventa”
(Rodari, 1973)
Un altro punto fondamentale del suo modo di insegnare è la creatività grazie alla quale anche il ruolo dell’insegnante cambia: “La creatività al primo posto. E il maestro?
“Il maestro – rispondono quelli del movimento di Cooperazione educativa – si trasforma in un “animatore”. In un promotore di creatività. Non è più colui che trasmette un sapere bell’e confezionato, un boccone al
giorno. È un adulto che sta con i ragazzi per esprimere il meglio di se stesso(…). Nessuna gerarchia di materie, ma una materia unica: la realtà, affrontata da tutti i punti di vista, a cominciare dalla realtà prima, la comunità scolastica, lo stare insieme. In una scuola del genere il ragazzo non sta più come un “consumatore” di cultura e di valori, ma come un creatore e produttore, di valori e di cultura”
(Rodari, l973).

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2 commenti su “L’ERRORE A SCUOLA, ovvero MEGLIO IMPARARE RIDENDO CHE PIANGENDO”

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