Taare Zamen Par - Stelle sulla Terra - film dislessia bambino infanzia
Taare Zamen Par – Stelle sulla Terra

Fine dell’anno, si aprono i conti, conti sospesi per tanti studenti che si vedono, all’ultimo minuto, sottrarre sufficienze, negare la promozione, con molta facilità. Parlo, naturalmente, di Scuole Superiori.

In questi giorni sto ascoltando e leggendo troppe storie di ragazzi certificati dislessici e non (ma con chiare difficoltà di apprendimento). Storie che ti fanno accapponare la pelle e che mi fanno ogni volta interrogare: cosa stiamo realmente insegnando ai nostri ragazzi, gli uomini del futuro?

Ho ascoltato 3 storie e tutte di ragazzi che, stremati dalla fatica di studiare senza aver nessun tipo di riconoscimento, vorrebbero lasciare la scuola (2°, 3° e 4° Liceo). Docenti mal fidati, che non riescono a guardare al di là del loro naso, che non si pongono alcun problema e con poca empatia lanciano frasi pesanti come macigni: “perché non cambi scuola, questa non fa per te!”.

Oppure come quell’insegnante di Liceo che ha detto ad una ragazzina nel pieno dei suoi problemi di adolescente: Perché non ti suicidi? Questa donna va denunciata ma la cosa grave è quando anche i Dirigenti Scolastici sono conniventi di un sistema che copre le gravi mancanze dei professori, senza dare ascolto alle famiglie degli studenti.

La scuola dovrebbe essere gioia, curiosità, voglia di imparare, relazionarsi con i coetanei e con gli adulti e tante altre mille cose che aiutino la crescita dei nostri ragazzi.

Dietro queste ed altre storie è evidente che la Scuola italiana ha bisogno di una boccata di ossigeno, di recuperare il senso dell’apprendimento che non è imparare a memoria formule, date o saper relazionare alla perfezione su un autore. Certo, anche quello è importante, ma ci sono ragazzi che per raggiungere questi traguardi hanno bisogno che la scuola si chini verso di loro, che i docenti ascoltino le loro voci ma anche gli altri segnali. Le famiglie possono fare i loro errori, ma vi garantisco che le famiglie che incontro sono molto tolleranti nei confronti della scuola, per i miei gusti anche troppo.

Cosa fare? Sicuramente sostenere i ragazzi, farli aiutare da persone che gli insegnino un metodo alternativo di studio, offrirgli una certificazione, laddove ce ne sia motivo, e poi rivolgersi ad Associazioni che possano interfacciarsi con la Scuola, qualora non si venga ascoltati. Cambiare scuola non è quasi mai la soluzione vincente, almeno che non sia il ragazzo a optare per questa scelta, che non si fa mai a cuor leggero!

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10 commenti su “SCUOLA SUPERIORE E DISLESSIA: QUANDO A PERDERE SI È IN DUE”

  • Lei nei suoi articoli parla sempre di DISLESSIA, come se sapesse da che cosa sia causata, come se sapesse tutto………..in realtà la dislessia è solo un sintomo, ma qual è la causa? Genetica? Ambientale? Tutte le diagnosi di dislessia secondo me sono assolutamente ANTISCIENTIFICHE, perché si confonde il sintomo con la causa, è come se un medico dicesse ad un paziente che non riesce bene a respirare che ha la dispnea, ma non ti dice nulla sulla causa. Il dislessico potrebbe obiettare: “Lo sapevo già che ho difficoltà a leggere, ma qual è il motivo?”. Parlate poi tanto di strumenti compensativi, ma perché se un bambino che ha difficoltà a leggere deve usarli? Usarli significherebbe dare solo l’illusione di migliorare, ma non fa migliorare proprio un bel nulla, anzi, abitua la mente a fare meno sforzo ed è dimostrato che il cervello trae beneficio proprio dallo sforzo mentale, che aiuta a sviluppare connessioni dove NON ci sono o sono carente, e se la “dislessia” derivasse da connessioni neurali poco sviluppate voi con i vostri strumenti non fate altro che ingannare i bambini e li condannate a non fare quello sforzo adeguato che potrebbe davvero servire a farli migliorare e a compensare davvero il disturbo.Il vostro atteggiamento compassionale ed empatico li danneggia illudendoli e facendoli sentire bene, ma in realtà non fa sviluppare davvero le loro capacità. Mi dispiace, ma io la vedo così.

  • Non comprendo, in che senso è d’accordo con me visto che in sostanza la critico? Ammette quindi che lo strumento compensativo illude e che i test per la diagnosi hanno ben poco di scientifico?
    La sua allora è una scelta, preferisce consapevolmente il benessere emotivo del bambino al suo sviluppo cognitivo, è così? ……..

    • Gentile Alessio, lei mi attribuisce cose che io non ho mai scritto. Se leggendo il mio blog si è fatto questa impressione sui metodi compensativi mi spiace. Riguardo ai test sono delle prove standardizzate su un certo campione di popolazione che si discosta dalla media di – 2 Deviazioni Standard. A livello internazionale si usa questo criterio per stabilire quando si esce sotto un determinato sviluppo “tipico”. Questo il significato dei test. E poi sappiamo bene, per il resto, che la dislessia non è una patologia!

  • Sinceramente, che non sia una patologia non sono d’accordo, infatti lo stesso ragionamento lo potrebbe fare anche un autistico o perfino uno psicopatico, potrebbe dire: “Io sono fatto così, non sono malato, è un mio modo di essere”, ma è evidente che il soggetto è DISFUNZIONALE, quindi malato. Esistono modi di essere dannosi per se stessi e gli altri, quindi se una persona li presenta è ammalata.
    Quando manca una funzione, dall’intelligenza alla capacità di relazione, c’è malattia, poiché si crea un male nelle relazioni, nella possibilità di decifrare un testo (dislessia) oppure nel comportamento che non sa adattarsi alle varie circostanze della vita. Il mio discorso potrà sembrare “brutto”, sgradevole, ma ritengo che sia razionale. Cordiali saluti.

  • Infatti, lo stesso ragionamento è valido anche per l’autismo ad alto funzionamento, è una neurodiversità, un modo diverso di funzionare di alcune aree cerebrali. La “malattia” viene creata quando c’è una richiesta sociale: relazionarsi nell’autismo, leggere e scrivere nella dislessia.

  • Continuo ad essere in disaccordo e per me non è un ragionamento valido, infatti se nel cervello di un dislessico mancassero delle connessioni legate all’area del linguaggio nell’emisfero sinistro (la lettura è linguaggio in codice), esso è paragonabile ad un soggetto che ad esempio ha i reni non sviluppati perfettamente: non funziona in modo diverso, funziona MENO.Poi sarà forse più creativo di altri per molti aspetti, ma per me si tratta comunque di handicap, limitato a determinate funzioni, ma sempre handicap. La richiesta ambientale c’è sempre, anche nelle malattie fisiche: ad esempio chi ha i polmoni malati è tale perché l’ambiente esterno ti richiede di respirare, ma se la natura avesse predisposto in maniera diversa creando soggetti anaerobi la malattia non ci sarebbe più, quindi anche in quel caso estremo la “malattia” è creata dall’ambiente! Rimane il fatto che un test non può risalire affatto alla causa del ritardo nelle abilità, quindi per me si tratta di semplici ipotesi fumose e io le chiedo rispetto per la mia opinione. Addirittura ci sono anche pedagogisti che sostengono che i DSA non esistono come struttura della mente originaria e che siano creati solo da un metodo di apprendimento sbagliato e da errori fatti dalle maestre nei primi anni di vita scolastica, in un blog ho letto la seguente frase: “Basta che un insegnante insegni male, per creare un alunno DSA” Addio, non la tedierò più.

  • Io voglio esporre un punto di vista diverso rispetto a quello che viene comunemente adottato dalla stragrande maggioranza dei docenti riguardo agli alunni con DSA: infatti gli insegnanti dicono che tali persone devono essere sottoposti il più possibile a sforzi mentali per “guarire” dal disturbo. Razionalmente la cosa sembrerebbe funzionare e in un certo senso hanno anche ragione, ma non si tiene conto degli aspetti emotivi, del fatto che già queste persone fanno una gran fatica, se poi si aggiunge altra fatica e probabile frustrazione si attua il meccanismo del rifiuto emotivo, per cui la persona non si impegna più e non impara niente. E’ necessario al contrario sostenere, alleviare le difficoltà e anche semplificare il percorso, così forse tali soggetti saranno anche motivati a impegnarsi di più e a migliorare. Ci vuole amore insomma (in senso lato), non rigidità.

    • Buongiorno Ilaria, è proprio così. Per il dislessico molte cose sono uno “sforzo”, molto spesso inutile, visto che ci sono tante modalità per imparare! Ed è giusto comprendere e, laddove possibile, alleviare questo sforzo!

  • Si dovrebbero quindi educare gli insegnanti a non fare dello sforzo mentale un idolo a tutti i costi, poiché alla fine come il corpo si stressa (quando si fa troppo sport ad esempio…), così accade e ancora di più alla mente:gli insegnanti non si mettono nei panni di chi ha difficoltà e ragionano in base alle loro potenzialità. Sono una mamma e quando vado a parlare con i docenti di mio figlio (discalculico, non dislessico) essi dicono sempre: “Deve sforzarsi”, ma non comprendono affatto, poiché non provano in prima persona le difficoltà-

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