Da quando la DAD ha spopolato a causa della pandemia, si è parlato ben poco di nativi digitali. Se negli ultimi dieci anni c’è stato un gran parlare di queste caratteristiche dei nostri ragazzi, a seguito della DAD sono state messe da parte, dimostrando che la scuola ha dato per scontato che essere “nativi” significhi possedere le competenze connesse al digitale.

Nel mio libro La dislessia. Dalla scuola al lavoro nel terzo millennio, ho affrontato l’argomento legato alle modalità di apprendimento dei dislessici, molto vicine a quelle dei nativi digitali. 

Secondo Paolo Ferri* (2011) tre sono le tipologie differenti di nativi digitali, che segnano la transizione dall’analogico al digitale dei giovani nei Paesi sviluppati:
• Nativi digitali puri (tra 0 e 20 anni);
• Millenials (tra 22 e 26 anni);
• Nativi digitali spuri (tra 26 e 33 anni).

Per capire il nostro futuro dobbiamo guardare ai Nativi Digitali Puri, solo così potremo costruire un mondo che sia più accogliente per i nostri figli.

  • I nativi digitali vedono il sapere come un processo dinamico: piuttosto che essere lettori o spettatori sono attori e autori dell’apprendimento.

Ciò che spiega Paolo Ferri è che la differenza di apprendimento tra queste figure consiste nel fatto che noi adulti abbiamo sempre bisogno di un manuale, partiamo dalla teoria per arrivare alla pratica, mentre per i nativi digitali la questione è differente, in quanto apprendono per esperienza e per approssimazioni successive, con una logica simile a quella abduttiva.

  • Imparano dagli errori e attraverso l’esplorazione.
  • Hanno un approccio “open source” e cooperativo alle fonti del sapere, condividendo il sapere e le esperienze online attraverso i più diversi strumenti di comunicazione digitale sul web.

Il modo in cui vedono e costruiscono il mondo è differente: gli strumenti della cultura digitale hanno creato un ambiente completamente nuovo che ha portato a un sostanziale cambiamento nello sviluppo del sistema nervoso dei bambini.

I quindicenni italiani risultano navigatori assidui ma disorientati, spesso perdono la rotta, perché non hanno la capacità di navigare in modo intelligente e proficuo e la scuola non li aiuta in questo.

E’ la scuola che, dal momento che ha “scoperto” la pratica della DAD, deve occuparsi di sviluppare queste capacità. Ma può farlo solo cambiando ritmi e pratiche didattiche, rimaste ancorate a modelli obsoleti.

* Paolo Ferri è professore ordinario di Teoria e tecniche dei nuovi media e Tecnologie per la didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Milano-Bicocca, dirige il LISP (Laboratorio informatico di Sperimentazione Pedagogica) e l’Osservatorio Nuovi Media NuMediaBios.

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